di
Silvia Turin
Sorrisi e giochi condivisi in famiglia non sono banali frivolezze, ma processi che attivano circuiti cerebrali complessi, favorendo la regolazione emotiva e rafforzando le competenze cognitive
La risata, il sorriso, l’umorismo non rappresentano esperienze accessorie nell’infanzia, ma veri e propri fattori protettivi e promotori dello sviluppo neuropsichico del bambino.
Ridere insieme significa creare un clima di condivisione e sintonia con l’altro, rafforzare i legami di attaccamento, promuovere resilienza e sostenere la crescita armonica della personalità.
«Per decenni abbiamo relegato il gioco e la risata infantile nel recinto del “tempo libero”, un intervallo ricreativo che sottrarrebbe ore preziose alle attività cognitive strutturate — considera Elisa Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia), e Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università degli Studi di Brescia —. Le recenti evidenze neuroscientifiche, però, ci impongono una rivoluzione copernicana: la risata non è più da considerarsi un’interruzione dell’apprendimento, ma un suo catalizzatore».
Ridere coinvolge il sistema nerovoso centrale
Nel suo ultimo libro (The brain that loves to laugh) Jacqueline Harding, docente esperta di neurosviluppo e pedagogia dell’infanzia presso la Middlesex University di Londra, scardina il pregiudizio sulla frivolezza, dimostrando come l’umorismo sia una funzione biologica non automatica e non passiva, che precede lo sviluppo di funzioni comunicative.
La risata attiva circuiti cerebrali complessi, favorisce la regolazione emotiva, riduce gli ormoni dello stress e rafforza le competenze relazionali e cognitive. «Ridere è un evento che coinvolge il sistema nervoso centrale, in particolare le aree motorie e la corteccia prefrontale, che aiuta il cervello a risolvere tensioni tra idee contrastanti — spiega la specialista —. In questo “allenamento mentale” la plasticità cerebrale trova la sua massima espressione, trasformando un momento di gioia in un pilastro della crescita intellettiva».
Gli effetti della risata
«Non si tratta solo di buon umore, ma anche di biochimica — rinforza Fazzi —. In un’epoca segnata da una preoccupante accelerazione dei ritmi infantili, la risata attiva una vera e propria “farmacia naturale” interna, essenziale per prevenire l’esaurimento precoce: induce una riduzione drastica di cortisolo ed epinefrina, gli ormoni dell’allerta, spegnendo l’iperattivazione del sistema nervoso legata allo stress. Il rilascio massiccio di dopamina, serotonina ed endorfine, neurotrasmettitori del benessere, trasforma lo stato mentale del bambino, portandolo da una modalità di difesa a una di apertura e curiosità. Oltre ai neurotrasmettitori, il riso influenza la produzione di anticorpi, collegando direttamente lo stato emotivo alla salute fisica, migliorando quindi il benessere generale».
È una condizione necessaria affinché il sistema nervoso possa passare da uno stato di allerta reattiva a uno di sicurezza proattiva.
In questo quadro le esperienze che il bambino vive, specie quelle emotive, modificano fisicamente le connessioni cerebrali, perché lo sviluppo della mente avviene «dentro» la relazione, e la risata ne è il collante.
Sincronia tra genitori e figli: come si alimenta
«La sincronia tra genitori e figli non richiede performance teatrali o battute studiate — precisa l’esperta —, si alimenta di quello che potremmo definire il “lessico familiare” dell’accudimento: il contatto visivo, la prossimità fisica e l’attenzione congiunta su un oggetto di gioco. Durante questi scambi, il rilascio di ossitocina agisce come un catalizzatore che allinea i cervelli in un ritmo comune e condiviso. In un’epoca in cui molti bambini e adolescenti vivono in condizioni di pressione emotiva, isolamento sociale e fragilità psicologica, recuperare spazi di leggerezza condivisa all’interno della famiglia, della scuola e delle comunità educanti diventa un obiettivo pubblico di promozione della salute».
È infatti nel «dialogo» tra biologia e relazione che si costruisce la resilienza: un bambino che ha sperimentato la gioia condivisa possiede un’architettura neurale capace di assorbire l’urto dei traumi futuri, trasformando la vulnerabilità in adattamento psicologico.
Non è una terapia «magica»
Del resto, Jacqueline Harding suggerisce che il sistema immunitario e quello psichico abbiano bisogno di attingere proprio alle scorte di energia positiva nate con la condivisione dei momenti gioiosi per navigare nelle inevitabili tempeste future.
«Sono d’accordo — specifica Fazzi — tuttavia è necessario rifuggire da facili semplificazioni. La risata non è una “terapia” magica né una panacea capace di compensare, da sola, gravi deprivazioni o sofferenze psicopatologiche dei piccoli. È, piuttosto, un buon indicatore della qualità di una relazione. Come Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, riteniamo fondamentale sottolineare il valore di tutte quelle esperienze relazionali positive che contribuiscono a migliorare e sostenere lo sviluppo del cervello in età evolutiva, e la risata è una di queste».
A scuola: la leggerezza rende i concetti digeribili e memorabili
L’umorismo in classe, incanalato attraverso l’autorevolezza e la competenza dell’insegnante, non deve essere considerato un elemento di disturbo, ma un facilitatore cognitivo che riduce il carico mentale, rendendo i concetti complessi digeribili e, soprattutto, memorabili. Viceversa, si rischia di soffocare quei processi che rendono l’apprendimento possibile. «Un ambiente scolastico che bandisce il gioco e la leggerezza è un ambiente che, paradossalmente, ostacola la neuroplasticità. L’umorismo e la speranza sono necessari per rinfrescare i paradigmi educativi — afferma la neuropsichiatra—. In un mondo dove la “performance” precoce sembra essere il solo risultato da misurare, la scienza ci ricorda che il benessere emotivo non è separato dall’apprendimento e che il curriculum scolastico non dovrebbe avere la priorità sulla relazione».
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27 giugno 2026
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