di
Gianluca Mercuri

Dopo la sconfitta da parte della Corte Suprema, Trump sta ideando una nuova strategia per fermare il «turismo delle nascite» (le cui dimensioni sono in realtà ben diverse dall’«invasione» di cui parla il leader Usa). Ma una storia sotto gli occhi di tutti in questi giorni potrebbe costringerlo a ripensarci

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Sconfitto sullo ius soli, Donald Trump ha in mente un’altra via per abolire di fatto il 14° emendamento della Costituzione americana. La norma che dal 1868 garantisce la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio statunitense, anche da genitori stranieri, è stata appena salvata dalla Corte Suprema, ma il presidente – e in particolare i suoi collaboratori più impegnati nella lotta all’immigrazione, clandestina ma non solo – pensano di risolvere il problema a monte: impedendo alle donne straniere incinte di entrare negli Stati Uniti.



















































Si apre insomma un nuovo fronte sulla questione che è da sempre tra le priorità del trumpismo, con scelte dettate da un mix politico-ideologico che impasta la legittima volontà di governare i flussi migratori e limitare quelli clandestini con un approccio che non nasconde l’inclinazione xenofoba e razzista. Se c’è una destra che ha coltivato apertamente il suprematismo bianco, la xenofobia e l’islamofobia è infatti quella incarnata dal movimento Maga, la base popolare più autentica del sostegno al presidente, il suo zoccolo duro.

È chiaro che a questo punto il livello dello scontro rischia di alzarsi. Come scrive Axios, «la proposta darebbe il via a una nuova battaglia sull’immigrazione incentrata su gravidanza, viaggi e cittadinanza, spostando il dibattito dalla contestazione dei diritti dei bambini nati negli Stati Uniti alla limitazione di chi può entrare nel Paese». 

Non è un caso che a esporsi in prima persona sia stato Stephen Miller, considerato l’anima nera del trumpismo sotto molti aspetti, ma in particolare sulla questione migranti; fu lui il promotore delle retate di massa condotte dall’Ice, la polizia di frontiera trasformata in milizia anti migranti, dai modi spicci o apertamente violenti.

Ora, dopo che la Corte Suprema ha bocciato l’ordine esecutivo di Trump sullo ius soli, il consigliere del presidente dice che l’America deve «riflettere molto attentamente su chi far entrare nel Paese, anche solo temporaneamente».

L’indicazione chiara è dunque un giro di vite sul cosiddetto turismo delle nascite, con cui alcune migliaia di donne tenterebbero di entrare negli Stati Uniti col preciso scopo di partorire, per garantire al figlio la cittadinanza Usa. Già martedì, il Dipartimento di Giustizia ha diffuso una nota in cui esorta i pubblici ministeri a indagare su questa pratica. «Le leggi penali degli Stati Uniti vietano già comportamenti inerenti a molti di questi cosiddetti schemi di “turismo delle nascite”. Sono schemi che iniziano con una falsa richiesta di visto, con menzogne riguardo allo scopo o alla durata del viaggio», ha scritto su X il viceprocuratore generale (ovvero il viceministro della Giustizia) Colin McDonald. Che ha pure suggerito le fattispecie che i magistrati dovrebbero esaminare: frode in materia di visti, frode telematica, frode sanitaria, riciclaggio di denaro e furto aggravato di identità.

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Ma quali sono le dimensioni esatte del fenomeno? Dati ufficiali governativi non ce ne sono, ma secondo le stime degli esperti, il numero di bambini nati da visitatori stranieri oscilla tra i 20 mila e i 26 mila casi all’anno. Una cifra non certo enorme, se si tiene conto che nel 2025 (e qui i dati sono ufficiali, quelli dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie) sono nati in America 3,6 milioni di bambini. Non un apporto, quello degli «stranieri», che possa sconvolgere demografia e protezione sociale, insomma.

Il primo problema che si pone è in che modo le autorità possano accertare che una donna che voglia entrare negli Usa sia incinta. Se lo chiede per esempio una delle più note sentinelle dei diritti femminili, Katie O’Connor, che si occupa delle politiche federali sull’aborto al National Women’s Law Center. Ad Axios dice che «l’idea che i dati su chi è incinta e a che stadio della gravidanza si trovi possano finire nelle mani del governo federale, per non parlare dei governi statali, è una prospettiva davvero pericolosa». Né tranquillizza immaginare come possano essere individuate le donne incinte: «Potrebbe trattarsi semplicemente di chiederglielo, ma potrebbero anche andare oltre. Non so proprio cosa aspettarmi da questa amministrazione». Ecografie improvvisate ai controlli doganali? Certificati da allegare al visto? Effettivamente sono ipotesi che mettono i brividi.

D’altra parte, anche l’altra via preannunciata da Trump per abolire quella che definisce «una pratica costosa e ingiusta» non è particolarmente agile. Il presidente ha cominciato a fare pressione sul Congresso, ma che deputati e senatori repubblicani lo seguano è tutt’altro che scontato. Intanto, molti di loro devono prima pensare a farsi rieleggere nel voto di midterm, in autunno. Poi, dovranno comunque tenere conto delle tendenze dell’elettorato. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos citato dal New York Times, il 55% degli americani sono favorevoli allo ius soli e dunque contrari alla cancellazione dell’emendamento costituzionale che lo garantisce. La percentuale sale al 72% tra i democratici e si assesta al 38% tra i repubblicani, ma all’interno della destra c’è una netta differenza tra elettori Maga (sempre e comunque con Trump) e conservatori moderati (contrari all’abolizione).

Intanto, destino vuole che la nuova offensiva trumpiana coincida con i Mondiali di calcio, in cui la nazionale Usa sta dando ottima prova di sé grazie all’apporto di molti giocatori di origine straniera. Uno su tutti: Folarin Balogun, il centravanti che senza il 14° emendamento non sarebbe stato americano. 

La sua storia è davvero avvincente. Figlio di una coppia nigeriana con base a Londra, è nato a New York per puro caso, mentre i genitori si trovavano lì. La madre, al settimo mese di gravidanza, aveva tentato di prendere un volo per la Gran Bretagna, ma la compagnia aerea le aveva negato l’accesso per non correre rischi. 

Così, Folarin Balogun è nato a Brooklyn il 3 luglio 2001, e domani può festeggiare il 25° compleanno con la soddisfazione di aver trascinato gli Usa alla qualificazione agli ottavi di finale, grazie al primo dei due gol con cui hanno battuto la Bosnia (che è ai Mondiali dopo aver battuto negli spareggi l’Italia, che a sua volta fatica a dare la cittadinanza agli atleti figli di stranieri nati e cresciuti nel suo territorio: tutto si tiene).

Balogun avrebbe potuto scegliere anche la Nigeria o l’Inghilterra (nelle cui giovanili aveva pure esordito) ma è felicissimo dell’opzione americana e si sente cittadino del mondo, mentre canta The Star-Spangled Banner col suo accento londinese. Altri giocatori condividono la sua parabola: per esempio Ricardo Pepi, nato a El Paso da genitori messicani, o Cristian Roldan, nato in California da genitori guatemaltechi e salvadoregni.

Ma Donald Trump li vorrebbe bianchi, come i lepenisti francesi o come più di un politico italiano: non solo Vannacci, che si prese i primi titoli dicendo che «una persona come Paola Egonu, che ha i tratti somatici tipici del centro Africa, non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani, che sono di pelle bianca». Il mondo al contrario, lo chiamano. Quello contemplato dalle Costituzioni, in Italia come in America. 

3 luglio 2026 ( modifica il 3 luglio 2026 | 17:10)