di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Ogni anno in Europa fino al 9% dei prodotti tessili finisce al macero prima ancora di essere utilizzato. Assoutenti: «Possono avere una seconda vita». Nel 2018 fece discutere il caso Burberry
Per anni è stata una pratica poco conosciuta dal grande pubblico, ma diffusissima nell’industria della moda: capi d’abbigliamento mai indossati, scarpe ancora nelle scatole e accessori perfettamente nuovi finivano distrutti perché rimasti invenduti o restituiti dai clienti. Non prodotti difettosi o inutilizzabili, ma merce perfettamente integra eliminata per ragioni commerciali, di immagine o di gestione dei magazzini. Dal 19 luglio, però, nell’Unione europea questa pratica non sarà più consentita alle grandi aziende del settore.
Entra infatti in vigore il divieto previsto dal Regolamento europeo sull’Ecodesign (Ue 2024/1781), che vieta alle grandi imprese del comparto tessile di distruggere i prodotti invenduti (per le medie imprese il divieto scatta dal 2030). Vestiti, calzature e accessori dovranno invece essere destinati al riutilizzo, alla donazione, al riciclo o ad altre forme di recupero, così da prolungarne il ciclo di vita e ridurre gli sprechi. Le medie imprese saranno interessate dall’obbligo a partire dal 2030, mentre restano escluse le piccole aziende.
La strategia
La misura rappresenta uno dei tasselli della strategia europea per rendere più sostenibile il settore tessile, tra quelli a maggiore impatto ambientale. La Commissione europea considera infatti la distruzione degli invenduti una pratica che genera inutilmente rifiuti ed emissioni e punta a favorire un modello più circolare, nel quale i prodotti abbiano una seconda vita anziché finire al macero.
Dietro la distruzione degli invenduti, del resto, non c’era soltanto il problema delle eccedenze di magazzino. Per molte aziende, soprattutto nel lusso ma non solo, eliminare i prodotti era spesso considerato più conveniente che conservarli, rivenderli attraverso canali outlet o rischiare che finissero sul mercato a prezzi fortemente scontati, con possibili ripercussioni sul valore del marchio.
Il caso Burberry
Il caso più emblematico esplose nel 2018, quando Burberry rivelò di avere distrutto nell’anno precedente prodotti invenduti per un valore di 28,6 milioni di sterline. La maison britannica spiegò che la pratica serviva anche a proteggere il brand e a impedire che gli articoli fossero rivenduti o contraffatti. Le polemiche furono immediate e portarono l’azienda ad annunciare pochi mesi dopo l’abbandono definitivo di questa politica. Negli anni successivi anche altri grandi marchi hanno progressivamente rivisto la gestione delle eccedenze, anticipando una tendenza che oggi diventa obbligo per tutta l’Unione europea.
Gli obblighi di trasparenza
Il regolamento introduce anche un importante obbligo di trasparenza. Le imprese dovranno rendere pubbliche le informazioni sul numero e sul peso dei prodotti invenduti di cui si sono disfatte nell’arco dell’anno, spiegando le ragioni dello smaltimento, la quota destinata al riutilizzo, al riciclo o ad altre forme di recupero e le misure adottate per prevenire la distruzione delle merci.
Il divieto riguarda indumenti, accessori di abbigliamento, calzature, cappelli e altri copricapi. Sono previste alcune deroghe per i prodotti pericolosi, danneggiati, deteriorati, difettosi, non conformi alle norme o che violano i diritti di proprietà intellettuale, oltre ai beni che non possono essere ragionevolmente riutilizzati.
Assoutenti: «In Ue ogni anno 9% dei prodotti tessili viene distrutto»
Secondo le stime richiamate da Assoutenti, ogni anno nell’Unione europea fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto prima ancora di essere utilizzato. Si tratta di circa 594 mila tonnellate di tessuti che finiscono al macero, con un impatto climatico stimato in 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂. A incidere sul fenomeno contribuisce anche l’e-commerce: il tasso medio di reso degli acquisti online di abbigliamento è pari a circa il 20%, vale a dire un capo restituito ogni cinque venduti.
«Grazie alle nuove regole le imprese della moda non potranno più sprecare prodotti che possono avere una seconda vita e dovranno reimmetterli sul mercato o donarli», osserva il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso. Per l’associazione la novità potrà produrre un duplice beneficio: ridurre l’impatto ambientale del settore e aumentare la disponibilità di capi e calzature destinati alla rivendita o alla donazione, invece che alla distruzione.
Resta ora da verificare come le aziende riorganizzeranno la gestione degli invenduti. Se fino a oggi la distruzione rappresentava una delle possibili soluzioni per le eccedenze di magazzino, ora il settore sarà chiamato a puntare su logiche diverse, nelle quali recupero, riuso e riciclo non saranno più soltanto una scelta di sostenibilità, ma un obbligo previsto dalla legge europea.
18 luglio 2026 ( modifica il 18 luglio 2026 | 09:47)
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