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Danilo di Diodoro
In coppia si riducono le fasi Rem, aumentano quelle non-Rem, si modifica il calore sotto le lenzuola («effetto bagno caldo»), si inibiscono i meccanismi primitivi di allerta («effetto prima notte»). Ma se uno è «gufo» e l’altro «allodola» il riposo ne risente
La maggioranza delle coppie condivide il letto durante le ore di sonno, con percentuali che raggiungono quasi il 90 per cento, ma con differenze significative a seconda delle varie culture. In Giappone, ad esempio, come indica una survey della National Sleep Foundation, questa percentuale scende al 63 per cento. Dormire insieme può contribuire a dare un senso di sicurezza reciproca, facilitare il senso di intimità, non solo fisica.
Il termine inglese «pillow talks», le «chiacchiere del cuscino», indica quegli scambi verbali che molte coppie riservano proprio al momento di andare a letto, magari sottovoce, quando vengono condivisi pensieri, riflessioni, pareri, che durante la giornata, specie quando in famiglia ci sono ancora i figli, non è stato possibile affrontare.
Ma la condivisione del letto può anche essere fonte di disturbo per quanto riguarda la qualità del sonno, fino a generare forme di insonnia, come ben sa chi ha un partner che russa. Diverse ricerche hanno esplorato da un punto di vista comportamentale e neurofisiologico l’effetto della condivisione del letto sulla qualità del sonno, e hanno rilevato che questi effetti possono essere molto significativi. Una revisione sistematica su come il letto condiviso interferisce con struttura e qualità del sonno, pubblicata su Sleep Health – Journal of the National Sleep Foundation, mostra come i partner che dormono insieme si influenzino reciprocamente, anche quando questa influenza non diventa un vero e proprio disturbo. Sentire il proprio partner muoversi e rigirarsi nel letto può rassicurare e segnalare che tutto va bene, ma allo stesso tempo anche indurre un’alterazione in quella complessa architettura del sonno fatta di stadi diversi e successivi.
«Effetto bagno caldo»
Avete mai avuto la sensazione che il vostro partner di letto abbia la tendenza a muoversi e a cambiare posizione subito dopo che anche voi lo avete fatto, come se ci fosse un filo che lega i due sonni? Ebbene, non è solo una sensazione ma un dato che è stato scientificamente provato, come indica la revisione sistematica pubblicata su Sleep Health – Journal of the National Sleep Foundation, primo autore Lionel Rayward del Sealy Centre for Biomechanics and Sleep Research di Brisbane. Circa il 40 per cento dei movimenti notturni nel letto condiviso avvengono in completa sincronia, anche quando non arrivano a causare il risveglio di uno dei due partner. L’influenza reciproca risulta evidente anche andando a studiare la struttura del sonno, che in genere, in chi dorme in coppia, mostra una tendenza alla riduzione delle fasi non-Rem e all’aumento delle fasi Rem – Rapid Eyes Movements – quel tipo di sonno durante il quale dietro le palpebre chiuse gli occhi si muovono velocemente e che in genere viene considerato quello in cui maggiormente si sogna. Ma oltre a modificare la struttura del sonno, il letto condiviso, rispetto al letto singolo, comporta anche una diversa distribuzione del calore sotto le lenzuola. Normalmente, all’inizio del sonno c’è una vasodilatazione che consente alla pelle di disperdere calore garantendo una temperatura interna ideale. È l’effetto «bagno caldo», e nelle notti fredde a questo effetto positivo sull’avvio dell’addormentamento può contribuire proprio la presenza del corpo del partner. Un effetto che ovviamente si inverte nelle notti troppo calde. Una via di mezzo molto bilanciata può essere raggiunta con il cosiddetto «metodo scandinavo»: un letto matrimoniale, ma con lenzuola e coperte separate, in modo da garantire un comfort termico individualizzato, una riduzione degli strappi da parte di chi più o meno inconsapevolmente «tira» le coperte, e una minore percezione dei movimenti dell’altro.
«Effetto prima notte»
Oltre a influire sulla termoregolazione, la presenza del partner nel letto agisce come un potente inibitore della cosiddetta sorveglianza notturna: senza rendercene del tutto conto, almeno durante alcune fasi di sonno, il cervello mantiene attivi meccanismi primitivi di allerta che servono a risvegliare in caso di percezione di un potenziale pericolo che potrebbe sorgere nell’ambiente circostante. Sono meccanismi ancestrali, sviluppatisi nel corso dell’evoluzione, che risultano particolarmente attivi quando ci si ritrova a dormire in ambienti molto isolati, non familiari, o comunque nuovi. Quello che viene in genere definito come «effetto prima notte»: quando per la prima volta si dorme in un albergo o comunque non nel proprio letto. Ma se si dorme con un partner con il quale si è abituati a dormire, questo meccanismo di sentinella interiore tende a essere meno allertato, e il sonno è più continuativo.
Gufo vs allodola
Inoltre, c’è da considerare l’effetto reciproco che la differenza di cronotipo – quelli che sono stati definiti «gufi e allodole» – può avere sul partner di letto: i gufi vanno a letto molto tardi e le allodole si alzano molto presto, quindi il gufo disturberà l’allodola quando andrà a dormire e viceversa l’allodola disturberà il gufo quando si alzerà, e magari poi risulterà difficile riaddormentarsi.
Risorsa o disturbo
C’è poi la questione dell’attività sessuale. Un recente studio pubblicato su Sleep Health conferma scientificamente quello che è un luogo comune, ossia il fatto che dopo un rapporto sessuale la qualità del sonno migliora, si dorme più profondamente e con maggiore continuità. Oltre a rappresentare una variabile che incide sulla qualità del sonno, il partner di letto può diventare anche una risorsa per il trattamento non farmacologico dell’insonnia. Una ricerca pubblicata sulla rivista Sleep Medicine, primo autore Aislinn Lalor del Department of Occupational Therapy della Monash University di Frankston, in Australia, riporta i risultati di un forma di terapia cognitivo-comportamentale contro l’insonnia che coinvolge anche il partner.
I presupposti di questa forma di terapia risiedono proprio nella consapevolezza della forte integrazione e interdipendenza della qualità del sonno dei componenti la coppia. «Studi recenti dimostrano che i risvegli notturni di un membro della coppia che condivide il letto possono essere trasmessi all’altro membro, e questo risulta particolarmente vero nel caso in cui uno dei due partner soffra di insonnia o di ansia» dicono gli autori dello studio. «Ma i problemi possono estendersi anche al di là del momento del sonno, e nella coppia si può arrivare ad avere delle discussioni diurne connesse al tema del sonno e dei risvegli, con aumento dei livelli di conflitto anche dopo una singola notte di deprivazione di sonno».
Partner come medicina
In generale, la terapia cognitivo-comportamentale è considerata il punto di riferimento iniziale e più importante per il trattamento dell’insonnia, ma richiede notevoli cambiamenti comportamentali e spesso anche di stile di vita, non sempre facili da raggiungere. Talora un possibile ostacolo finisce per essere rappresentato proprio dal partner, che può vivere con insofferenza i cambiamenti comportamentali richiesti dalla terapia, fino al punto di diventare oppositivo nei confronti del trattamento.
«Per superare queste difficoltà si sta sviluppando un una nuova generazione di trattamenti psicologici, denominati “interventi assistiti dal partner”, dal momento che lo coinvolgono come fonte secondaria di supporto morale ma anche strumentale», dicono gli autori dello studio. «La finalità del coinvolgimento è arrivare a migliorare il risultato finale. In realtà trattamenti supportati dal partner sono già stati sperimentati in altri disturbi, come quello ossessivo-compulsivo e i disturbi alimentari. Rispetto ai trattamenti convenzionali, quelli con il coinvolgimento del partner danno risultati migliori per quanto riguarda l’aderenza al trattamento, il rischio di ricaduta, la stabilizzazione nel tempo dei risultati ottenuti. Senza contare alcuni effetti positivi secondari, come il miglioramento della soddisfazione reciproca della coppia e del livello di comunicazione interpersonale».
L’analisi
Lo studio pubblicato su Sleep Medicine ha coinvolto 30 coppie abituate a dormire insieme 15 delle quali sono state assegnate a una terapia cognitivo-comportamentale del singolo componente che soffriva di insonnia, mentre le altre 15 sono state assegnate a una terapia cognitivo comportamentale che ha coinvolto in maniera attiva anche il partner. Nella terapia con partecipazione del partner, quest’ultimo ha assunto ruolo di co-terapeuta e ha aiutato il paziente fornendogli promemoria sulle prescrizioni comportamentali e supporto emotivo. In tal modo anche il livello di comunicazione all’interno della coppia è migliorato, ed entrambi i componenti hanno sviluppato migliori competenze scientifiche sull’insonnia. I risultati dello studio mostrano nel complesso che il coinvolgimento del partner nel trattamento dell’insonnia può migliorare sia i risultati clinici sia la qualità della relazione. Nell’articolo sono riportate anche le voci di alcuni dei partecipanti alla terapia congiunta: una delle partner coinvolte ha affermato che «avendo ricevuto corrette informazioni scientifiche sulle caratteristiche dell’insonnia dell’altro, finalmente ho potuto averne una migliore comprensione. Prima sembrava essere un problema grande e un po’ misterioso, qualcosa che sapevo esistere ma che non capivo esattamente».
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18 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 08:12)
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