Non è solo una questione di ore
Trascorrere molto tempo sui social non significa necessariamente aver sviluppato un rapporto problematico con le piattaforme. Il segnale più importante emerge quando un adolescente non riesce a interrompere l’utilizzo, pensa continuamente ai contenuti online, trascura altre attività o reagisce con irritazione quando non può collegarsi. È su questa perdita di controllo, più che sul semplice numero di ore davanti allo schermo, che si è concentrato uno studio longitudinale condotto su 11.286 ragazzi e ragazze. I partecipanti sono stati seguiti attraverso cinque rilevazioni annuali: gli adolescenti descrivevano il proprio rapporto con i social, mentre genitori e caregiver valutavano la presenza di comportamenti riconducibili a disattenzione, impulsività e iperattività.
I segnali compaiono l’anno successivo
I ricercatori non si sono limitati a confrontare gli adolescenti che utilizzavano maggiormente i social con quelli meno connessi. Hanno osservato ciò che accadeva all’interno della vita di ogni singolo partecipante. Quando, rispetto alle proprie abitudini, un ragazzo mostrava un aumento dell’uso problematico — difficoltà a smettere, tentativi falliti di ridurre l’accesso e interferenze con la quotidianità — nell’anno successivo i genitori tendevano a segnalare un lieve incremento dei sintomi compatibili con l’ADHD. L’associazione è risultata particolarmente evidente durante la media adolescenza. La direzione opposta, cioè la possibilità che un aumento iniziale dei sintomi portasse in seguito a un utilizzo più compulsivo dei social, è apparsa invece meno costante.
Un’associazione più evidente nei maschi
L’analisi separata per sesso ha mostrato un legame statisticamente significativo soprattutto nei ragazzi. Il risultato non permette ancora di concludere che i maschi siano biologicamente più vulnerabili, ma apre una pista da approfondire. Durante l’adolescenza, infatti, i sistemi cerebrali legati alla ricerca della ricompensa maturano più rapidamente delle capacità di pianificazione e autocontrollo. Notifiche, video brevi, messaggi, “like” e contenuti suggeriti dagli algoritmi offrono una sequenza quasi continua di stimoli immediati. Il passaggio costante da un contenuto all’altro potrebbe rendere più difficile mantenere l’attenzione, tollerare la noia e controllare gli impulsi. Si tratta però di una possibile interpretazione: lo studio non ha analizzato direttamente i meccanismi cerebrali coinvolti e la differenza osservata tra maschi e femmine dovrà essere confermata da altre ricerche.

Un campanello d’allarme, non una diagnosi
I risultati non dimostrano che i social causino l’ADHD. Lo studio è osservazionale e ha misurato sintomi riferiti dai genitori, non nuove diagnosi formulate da specialisti. Inoltre, sonno insufficiente, stress, difficoltà familiari, rendimento scolastico e altri fattori potrebbero influenzare sia il rapporto con lo smartphone sia il comportamento degli adolescenti. Il messaggio per le famiglie non è quindi vietare automaticamente il telefono, ma osservare se il suo utilizzo sta diventando incontrollabile. Trascurare il sonno o lo studio, isolarsi, litigare quando il dispositivo viene tolto e non riuscire a rispettare i limiti concordati sono segnali che meritano attenzione. Quando queste difficoltà si accompagnano in modo persistente a disattenzione, irrequietezza o impulsività in più contesti della vita quotidiana, può essere utile confrontarsi con il pediatra o con un professionista della salute mentale.
Nagata J.M., Otmar C.D., Nayak S., et al., “Problematic Social Media Use and Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder Symptoms in Adolescents”, JAMA Network Open, 2026;9(7). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.23748.

