di
Tiziano Grottolo

I ricercatori hanno stimato che nelle annate con una scarsa produzione di faggiole (i frutti del faggio, cioè la principale fonte alimentare dei plantigradi in autunno), gli attacchi agli allevamenti possono aumentare di circa due terzi rispetto a un anno di fruttificazione abbondante

Ridurre i danni causati dagli orsi attraverso le previsioni climatiche? Oggi non è ancora possibile ma in futuro questo risultato potrebbe non essere un’utopia. Un gruppo di ricercatori ha infatti scoperto un nesso interessante tra la disponibilità di risorse naturali di cui si cibano i plantigradi e il numero di conflitti con le attività umane nella Provincia di Trento. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Ecology & Evolution, analizza come la disponibilità di faggiole (i semi del faggio, Fagus sylvatica), principale fonte alimentare autunnale dell’orso bruno sulle Alpi italiane, influenzi il loro comportamento.

La principale fonte alimentare dell’orso

«Nel periodo autunnale le faggiole, che assomigliano a delle piccole castagne, rappresentano la principale fonte alimentare dell’orso bruno», spiega Clara Tattoni, autrice principale dello studio. «Nei periodi di pasciona, cioè quelle annate in cui si registra una fruttificazione più abbondante, i plantigradi mangiano faggiole anche in primavera. In questi periodi gli orsi frequentano maggiormente le faggete, rimanendo più frequentemente all’interno dell’habitat forestale, di conseguenza riducono l’utilizzo di aree agricole e frutteti». Al contrario, quando la produzione di faggiole è scarsa, i plantigradi frequentano maggiormente coltivazioni e pascoli, nutrendosi con risorse alimentari di origine antropica. «Questa tendenza trova conferma nei dati raccolti in vent’anni attraverso il monitoraggio Gps di 16 orsi, confrontati con quasi 3.000 segnalazioni di danni». In altre parole, secondo lo studio, la produzione di faggiole rappresenta uno dei principali fattori che regolano il comportamento degli orsi nel periodo autunnale.



















































I conflitti con l’uomo

Il fatto è che i periodi di pasciona del faggio si alternano con una o più annate di fruttificazione molto più scarsa. E qui sorgono i problemi, perché aumentano i possibili conflitti con l’uomo. I ricercatori hanno stimato che nei periodi con una scarsa produzione di faggiole, gli attacchi al bestiame possano aumentare di circa due terzi rispetto a un anno di pasciona. «Le aree più a rischio sono proprio quelle che si trovano vicino alle faggete abitualmente frequentate dai plantigradi», aggiunge Tattoni. Dall’incrocio dei dati è stato possibile realizzare una “mappa del rischio”, ovvero sono state individuate delle aree in cui è più probabile che si verifichino i danni. I pascoli e le aree agricole più esposte sono quelle che si trovano in prossimità delle faggete e quelle che sorgono distanti dai grandi centri abitati.

Pianificazione preventiva

Tuttavia, i danni potrebbero essere contenuti attraverso la pianificazione preventiva, osservando la fioritura dei faggi — parzialmente prevedibile attraverso gli studi climatici e meteorologici — è possibile stabilire quando la produzione di faggiole sarà scarsa. Conoscendo questa informazione si può agire di conseguenza, rafforzando le opere di prevenzione (come le recinzioni elettrificate o i cani da guardiania) per proteggere gli allevamenti più esposti o modificando la gestione dei pascoli. «Mettendo in campo una gestione “adattativa” — sottolinea l’autrice principale dello studio — basata sulla previsione degli anni di abbondanza o scarsità di faggiole, si potrebbero concentrare gli interventi preventivi laddove il rischio è maggiore». Tattoni, però, si spinge addirittura oltre, proponendo forme temporanee di alimentazione dissuasiva: «Negli Stati Uniti, in Canada e in Slovenia è una pratica già sperimentata, in sostanza si tratta di mettere a disposizione delle fonti di cibo aggiuntive per mantenere gli orsi nella foresta, lontani da pascoli e campi. È un tipo di gestione molto dibattuto, ma in alcuni casi si è dimostrata efficace e in Trentino si potrebbe avviare una sperimentazione».

Danni in calo

Dallo studio è emerso pure che non tutti i tipi di danno alle attività umane dipendono dalle faggiole. La relazione non è uniforme. Alcuni esempi? I danni agli alveari avvengono soprattutto in primavera, quando le faggiole non sono ancora disponibili, mentre quelli alle colture dipendono anche dalla maturazione stagionale dei prodotti agricoli. Al tempo stesso si è scoperto che, pur aumentando la popolazione complessiva di orsi presente in Trentino, nel corso degli anni il numero di danni per singolo esemplare tende a diminuire. Secondo gli esperti ciò dipende soprattutto dalla diffusione delle misure di prevenzione introdotte nel tempo.

Le previsioni per quest’anno

Ma quest’anno, per i faggi sarà un anno di pasciona? «Questa primavera — afferma Tattoni — c’è stata una fioritura molto abbondante del faggio e questo potrebbe far pensare a una ricca produzione di faggiole. Però, bisognerà capire se i frutti riusciranno a maturare o si seccheranno sugli alberi per il caldo eccessivo. Non possiamo escludere che ad agosto si verifichi un periodo siccitoso sull’arco alpino, compromettendo la fruttificazione dei faggi». Infatti, se la pianta va in sofferenza a causa della mancanza d’acqua, per sopravvivere sacrificherà i frutti, con il rischio che non tutte le faggiole maturino in autunno. Su questo ciclo incide anche il cambiamento climatico. «Con l’aumento delle temperature il limite del bosco si sta spostando verso quote che un tempo erano troppo fredde per permetterne la crescita». Ovviamente, questi cambiamenti avvengono nell’arco di decenni ma interesseranno anche le abitudini dei grandi carnivori e degli altri animali. «Quanto velocemente le specie riusciranno ad adattarsi a questi cambiamenti resta un punto interrogativo — conclude Tattoni — ma in parte sta già avvenendo».


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20 luglio 2026 ( modifica il 20 luglio 2026 | 13:41)