La risposta è meno moralista di quanto si creda e più lucida di molti slogan: non è un appello all’astinenza, bensì alla consapevolezza.
L’etanolo è sempre identico a sé stesso. Che arrivi da un Barolo, da una pils artigianale o da un whisky scozzese, l’organismo lo metabolizza allo stesso modo, generando acetaldeide, sostanza classificata come cancerogena. Per questo le principali società scientifiche hanno via via abbandonato l’idea di una soglia di consumo priva di rischi.
Tra il “bere senza limiti” e il “non bere mai” esiste però una terza via: la riduzione del rischio. È l’approccio già praticato in altri ambiti di salute pubblica: se non tutti smetteranno di guidare, si impongono cinture e airbag; se non tutti possono smettere di fumare subito, si cercano strumenti per ridurre i danni. Anche per l’alcol occorre promuovere comportamenti più sicuri.
Prima regola: meno è meglio. Il pericolo cresce con la quantità totale di etanolo assunta nel tempo. Rinunciare a due bicchieri a settimana verosimilmente giova più che sostituire il vino con un cocktail “light”.
Seconda: conta la velocità. Il binge drinking, cioè concentrare molti drink in poche ore, è assai più pericoloso rispetto a un consumo occasionale e moderato. Incidenti stradali, aggressioni, aritmie cardiache, pancreatiti acute e coma etilico derivano quasi sempre dall’eccesso improvviso, non dal brindisi della domenica.
Terza: bere a tavola. Il cibo rallenta l’assorbimento dell’alcol, attenua i picchi ematici e limita l’intossicazione acuta. È una delle ragioni per cui la tradizione mediterranea, pur non azzerando i rischi cronici, si distingue storicamente dal consumo compulsivo tipico di altri contesti.
C’è poi il tema della qualità. Bere bene non coincide con acquistare la bottiglia più costosa: significa evitare prodotti contraffatti o di provenienza dubbia, limitare i cocktail ricchi di zuccheri, sapere davvero quanto alcol contiene il bicchiere di fronte a noi. Un calice generoso può racchiudere il doppio dell’etanolo previsto dalle unità standard usate negli studi.
Va sfatato anche il mito del vino rosso. I polifenoli, come il resveratrolo, hanno proprietà biologiche interessanti, ma le quantità presenti nel vino non bastano a compensare gli effetti dell’etanolo. Se si cercano antiossidanti, è molto più efficace consumare uva, frutti di bosco, verdura e seguire una dieta mediterranea.
Neppure la birra è “leggera” solo perché meno alcolica: spesso se ne bevono volumi maggiori e l’apporto calorico complessivo diventa rilevante. I superalcolici, d’altra parte, non sono più tossici del vino a parità di etanolo ingerito, ma l’alta gradazione favorisce assunzioni rapide e inconsapevoli.
La prevenzione dovrebbe cambiare linguaggio. Per anni abbiamo classificato le persone in bevitori e astemi; oggi sarebbe più utile parlare di “consumatori consapevoli”. Ciò significa informare sulle unità alcoliche, promuovere bevande analcoliche di qualità, incentivare il “guidatore designato”, ampliare l’offerta di cocktail a bassa gradazione e integrare il counseling sul consumo di alcol nella medicina generale e nelle farmacie di comunità, senza colpevolizzare nessuno.
In Italia esiste una straordinaria cultura del vino che non va demonizzata, ma fatta evolvere. La qualità non può più essere soltanto organolettica: deve includere una cultura del consumo responsabile.
Come abbiamo imparato che il cibo migliore è quello buono ma nelle giuste quantità, dovremmo riconoscere che il miglior calice è quello che lascia spazio alla salute. Il messaggio della ricerca internazionale è chiaro e merita d’essere ascoltato senza ideologie: “Non esiste un alcol che faccia bene. Esiste però un modo molto meno rischioso di bere.”
Forse il nuovo slogan della prevenzione dovrebbe essere proprio questo: “bevi meno, bevi meglio, bevi consapevolmente”. Non è proibizionismo: è semplice, buona medicina.
