Schizofrenia, disturbo bipolare e ADHD vengono descritti come condizioni separate, con sintomi, età d’esordio e percorsi clinici differenti. Eppure, sotto queste etichette, potrebbe esistere un terreno biologico in parte condiviso: quello delle sinapsi, i minuscoli punti di comunicazione attraverso cui i neuroni si scambiano segnali. In uno studio pubblicato su Nature Communications, i ricercatori hanno analizzato il liquido cerebrospinale di 672 persone, misurando con spettrometria di massa 37 proteine coinvolte nel funzionamento delle sinapsi. Il campione comprendeva 505 persone con ADHD, anoressia nervosa, disturbo bipolare o disturbi dello spettro schizofrenico e 167 controlli sani. Le alterazioni più ampie sono emerse nello spettro schizofrenico, mentre nel bipolarismo e nell’ADHD le riduzioni risultavano generalmente intermedie. Molti cambiamenti, però, non appartenevano a una sola diagnosi.

Il segnale più interessante è comparso quando gli studiosi hanno smesso di chiedersi soltanto “quale diagnosi ha questa persona?” e hanno osservato caratteristiche che attraversano più disturbi: esperienze psicotiche, difficoltà cognitive e perdita di autonomia nella vita quotidiana. I modelli statistici hanno indicato ripetutamente due proteine, LAMP1 e NPTX2. La prima è legata ai lisosomi e ai processi con cui le cellule degradano e rimuovono materiale; la seconda viene rilasciata durante l’attività sinaptica, contribuisce all’organizzazione delle sinapsi eccitatorie e può limitare l’eliminazione mediata dal sistema del complemento. Un rapporto LAMP1/NPTX2 più alto era associato a una maggiore vulnerabilità psicotica e a peggiori capacità cognitive e funzionali. Non significa però che LAMP1 fosse sempre aumentata in valore assoluto: il rapporto sembra dipendere soprattutto dalla riduzione di NPTX2 rispetto alla normale variabilità individuale.

La firma molecolare non coincideva perfettamente con i confini dei manuali diagnostici. Il rapporto cresceva progressivamente lungo un continuum che comprendeva ADHD, disturbo bipolare e spettro schizofrenico, ed era collegato soprattutto alla velocità di elaborazione, alle funzioni esecutive e al funzionamento globale. Questo rafforza un’idea sempre più presente nella ricerca psichiatrica: disturbi diversi possono condividere alcuni meccanismi biologici, pur restando condizioni cliniche differenti. In una seconda coorte, formata da 60 persone al primo episodio psicotico e 45 controlli, i ricercatori non disponevano di LAMP1; hanno quindi confrontato NPTX2 con un’altra proteina di riferimento. Il rapporto risultava più basso nei pazienti e il segnale appariva più forte tra coloro che, dopo 18 mesi, avevano ricevuto una diagnosi di schizofrenia. La differenza tra i diversi esiti clinici, tuttavia, non era statisticamente conclusiva.

La prospettiva è affascinante: affiancare ai sintomi indicatori biologici capaci di descrivere non soltanto una diagnosi, ma il tipo e l’intensità della disfunzione sottostante. Combinando il rapporto proteico con punteggi di rischio genetico, la capacità di distinguere alcuni gruppi dai controlli è migliorata modestamente, senza però raggiungere una superiorità statistica certa. Siamo quindi nella fase della scoperta di biomarcatori, non davanti a un esame diagnostico pronto per l’ambulatorio. Lo studio è osservazionale, i gruppi erano numericamente sbilanciati, farmaci e caratteristiche cliniche non possono essere separati del tutto dalla malattia e il prelievo richiede una puntura lombare. Inoltre, prestazioni accettabili tra gruppi non permettono di stabilire con sicurezza la diagnosi del singolo individuo. Prima di un impiego clinico serviranno repliche indipendenti e, idealmente, metodi meno invasivi.

Göteson A., Nilsson J., Camporesi E. et al. Cerebrospinal fluid biomarkers reveal transdiagnostic synaptic dysfunction across major psychiatric disorders. Nature Communications, vol. 17, articolo 7604, pubblicato il 30 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-76187-y.

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