Uno studio statunitense pubblicato su JAMA stima che 21,5 milioni di persone in più diventeranno eleggibili a una terapia preventiva con statine. In totale, oltre 87 milioni di americani, cioè più della metà della popolazione tra i 30 e i 79 anni, potrebbero rientrare tra i candidati al trattamento.
La novità non riguarda soltanto l’abbassamento di alcune soglie di colesterolo: cambia l’impostazione complessiva. Le nuove linee guida considerano il rischio cardiovascolare non più solo a 10 anni, ma anche su un orizzonte di 30 anni. Del resto, l’aterosclerosi non esordisce a sessant’anni: spesso inizia tra i trenta e i quaranta, quando il danno procede in modo silente ma costante.
E in Italia? Applicare pedissequamente i criteri americani al nostro Servizio sanitario non sarebbe appropriato: popolazione, epidemiologia e organizzazione differiscono. Una stima ragionata, tuttavia, è possibile.
Nel nostro Paese vivono circa 39-40 milioni di persone fra 30 e 79 anni. Se l’incremento osservato negli USA (circa il 14% della popolazione adulta) fosse anche solo parzialmente riproducibile, fra 4 e 5,5 milioni di italiani potrebbero diventare nuovi candidati a una valutazione per la terapia con statine, non automaticamente a una prescrizione.
Significherebbe milioni di visite, calcoli del rischio cardiovascolare, esami di laboratorio e decisioni condivise tra medico e paziente.
Capitolo costi. Qui emerge il dato inatteso. Le statine sono in gran parte disponibili come equivalenti, a prezzi contenuti. Considerando i generici, la spesa media per paziente oscilla orientativamente tra 30 e 80 euro l’anno, a cui vanno aggiunti monitoraggi e follow-up. Se 5 milioni di italiani intraprendessero una prevenzione farmacologica, il solo costo dei medicinali si collocherebbe tra 150 e 400 milioni di euro annui, cui sommare gli oneri organizzativi per screening, visite ed esami.
Una cifra rilevante? Sì. Ma va rapportata all’impatto delle malattie cardiovascolari, che assorbono ogni anno in Italia decine di miliardi di euro fra ricoveri, interventi, riabilitazione, invalidità, assistenza domiciliare e perdita di produttività. Anche una riduzione relativamente modesta di infarti e ictus potrebbe compensare una parte significativa dell’investimento. Le statine, quando impiegate in modo appropriato, figurano tra gli interventi con il miglior rapporto costo-beneficio nella medicina preventiva.
Il vero rischio, però, è un altro. Il dibattito non dovrebbe essere “statine sì o statine no”. La domanda cruciale è: siamo in grado di identificare con precisione chi ne ha davvero bisogno? Prescrivere milioni di trattamenti senza un’adeguata stratificazione del rischio trasformerebbe una buona intuizione in una vasta operazione di medicalizzazione.
Serve, invece, una prevenzione di precisione. Pressione arteriosa, fibrillazione atriale, diabete, obesità, anamnesi familiare, funzione renale, colesterolo LDL, lipoproteina(a), eventuale score coronarico con TAC nei casi dubbi, dati del Fascicolo Sanitario Elettronico e, in prospettiva, algoritmi di intelligenza artificiale dovrebbero costituire la cassetta degli attrezzi per personalizzare gli interventi. Qui sta la vera rivoluzione.
L’Italia ha davanti una scelta: limitarsi ad aumentare le prescrizioni oppure tradurre queste nuove evidenze in un grande programma nazionale di prevenzione cardiovascolare, a partire dai quarantenni e dai soggetti a rischio.
Perché la migliore statina è quella che previene un infarto che non avverrà mai. Ed è questo il punto: il successo della prevenzione è invisibile. Nessuno applaude un infarto evitato. Nessuno vede un ictus che non si è verificato. Eppure è lì che si misura la qualità di un sistema sanitario moderno: non dal numero di pazienti curati, ma da quanti riesce a non far ammalare.
