C’è un errore che rischia di rendere la prevenzione più difficile del necessario: pensare che l’attività fisica protegga soltanto quando diventa allenamento intenso. Un grande studio norvegese pubblicato sul Journal of the American Heart Association suggerisce invece che anche passare dall’inattività a una quota modesta di movimento può essere associato a un vantaggio reale, compreso tra le persone con fibrillazione atriale. Questa aritmia rende il battito irregolare e può favorire la formazione di coaguli, aumentando il rischio di ictus. I ricercatori hanno analizzato 87.340 adulti provenienti dagli studi HUNT e Tromsø, seguiti attraverso i registri sanitari nazionali per circa 15 anni; più di 6.500 partecipanti avevano già la fibrillazione atriale o l’hanno sviluppata durante il periodo di osservazione.
I partecipanti sono stati suddivisi in quattro gruppi, da inattivi a molto attivi, sulla base della frequenza, della durata e dell’intensità del movimento dichiarato. Rispetto a chi non si muoveva, i livelli basso, moderato e alto di attività fisica sono risultati associati rispettivamente a un rischio di ictus inferiore del 9%, 19% e 18%. Per la mortalità per tutte le cause, le riduzioni associate sono state dell’11%, 18% e 22%. L’aspetto più nuovo è che la relazione favorevole era simile nelle persone con e senza fibrillazione atriale. Tra chi aveva l’aritmia, essere attivi è stato inoltre collegato a un’aspettativa di vita mediamente più lunga da circa mezzo anno fino a 1,2 anni rispetto agli inattivi. Il beneficio, dunque, non sembrava cominciare soltanto al raggiungimento della “dose perfetta” di esercizio.
Questo non significa che una passeggiata possa sostituire anticoagulanti, controlli cardiologici o trattamento degli altri fattori di rischio. Significa piuttosto che il movimento può entrare nella prevenzione integrata della fibrillazione atriale, insieme alla gestione di pressione, peso corporeo, diabete, sonno, fumo e consumo di alcol. Le linee guida statunitensi includono l’esercizio strutturato tra gli interventi utili per ridurre sintomi e carico dell’aritmia nei pazienti per i quali è indicato. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda agli adulti 150-300 minuti settimanali di attività moderata, oppure 75-150 minuti di attività intensa, ricordando però un principio fondamentale: qualunque quantità di movimento è meglio di nessuna. Per chi parte da zero, il messaggio non è correre o iscriversi subito in palestra, ma interrompere gradualmente la sedentarietà scegliendo attività sostenibili e compatibili con le proprie condizioni.

Resta necessaria cautela. Lo studio è osservazionale: non ha assegnato casualmente le persone a differenti programmi di esercizio e l’attività è stata riferita dagli stessi partecipanti, quindi potrebbe essere stata sovrastimata o essere cambiata nel corso degli anni. Inoltre, chi si muove di più tende spesso ad avere complessivamente abitudini e condizioni di salute migliori; anche dopo gli aggiustamenti statistici, non si può escludere del tutto questo effetto. I risultati mostrano un’associazione, ma non provano che il movimento da solo abbia causato la riduzione di ictus e mortalità. Eppure la direzione è coerente con studi precedenti e rende il messaggio clinico molto concreto: per chi ha la fibrillazione atriale, l’attività deve essere personalizzata con il medico, soprattutto in presenza di sintomi o altre patologie, ma la sedentarietà non dovrebbe essere considerata automaticamente l’opzione più prudente.
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Johansen K. et al., ricerca sulle associazioni tra attività fisica, fibrillazione atriale, rischio di ictus e mortalità nelle coorti norvegesi HUNT e Tromsø. Journal of the American Heart Association, pubblicato il 5 agosto 2026. DOI: 10.1161/JAHA.126.048812.

