Una notte in bianco non si cancella con un colpo di spugna. Eppure concedere all’organismo più tempo per dormire subito dopo una forte perdita di sonno potrebbe fare una differenza. È il segnale emerso da uno studio pubblicato su Nature Communications, che ha analizzato il riposo di 85.618 adulti della UK Biobank, con un’età media di circa 62 anni. I partecipanti avevano indossato un accelerometro al polso per un periodo compreso tra tre e sette giorni, permettendo ai ricercatori di ricostruire 574.230 notti di sonno. L’obiettivo non era valutare soltanto quante ore si dormissero in media, ma osservare cosa accadeva dopo una riduzione improvvisa e consistente del riposo. I dati sono stati poi collegati alla mortalità registrata durante un follow-up mediano di otto anni.

Per ogni partecipante gli studiosi hanno stimato un fabbisogno individuale di sonno, confrontando la durata abituale con quella media delle persone dello stesso sesso e della stessa fascia di età. Sono quindi stati individuati cinque profili: sonno regolare, restrizione moderata o grave, ciascuna seguita oppure no da un “rimbalzo”, cioè da una notte più lunga rispetto al fabbisogno stimato. Circa il 28% del campione aveva attraversato almeno un episodio di restrizione e, tra queste persone, poco meno della metà aveva successivamente recuperato. Un elemento interessante è che perdita e recupero non si concentravano soltanto nel classico schema “poco sonno nei feriali, molto nel weekend”: comparivano durante tutta la settimana, spesso già nella notte immediatamente successiva.

Durante il periodo di osservazione sono morte 3.549 persone. Dopo aver tenuto conto di età, sesso, indice di massa corporea, fumo, attività fisica, lavoro notturno e altre possibili variabili, una restrizione del sonno non seguita da recupero risultava associata a un rischio di mortalità superiore del 15% rispetto al sonno regolare. Quando la perdita cumulativa superava le tre ore e mezza, l’aumento associato raggiungeva il 42%. Nei gruppi che, dopo la restrizione, dormivano più a lungo, l’associazione con la mortalità non raggiungeva invece la significatività statistica. Il risultato è stato sostanzialmente replicato su 4.586 partecipanti statunitensi del programma NHANES, seguiti per una mediana di 6,8 anni.

Questo non significa, però, che qualche ora in più possa annullare gli effetti di una privazione cronica. Lo studio è osservazionale e non può dimostrare che sia stato il recupero a ridurre il rischio: chi riesce a dormire di più potrebbe avere condizioni di salute, ritmi lavorativi o abitudini differenti da chi non recupera. Inoltre, il sonno è stato misurato soltanto per pochi giorni e le soglie utilizzate per definirne la restrizione sono in parte convenzionali. Gli stessi autori sottolineano che cicli ripetuti di debito e recupero potrebbero comunque danneggiare la salute cardiovascolare, metabolica e cerebrale. Il messaggio più prudente resta quindi evitare, quando possibile, di perdere sonno; se accade, recuperare già nella notte successiva potrebbe essere preferibile all’attesa del fine settimana. Per trasformare questa indicazione in una vera raccomandazione clinica serviranno però studi sperimentali.

Li X., Zhang M., Li Z. et al. Acute sleep rebound following sleep restriction is associated with reduced mortality risk. Nature Communications, 17, articolo 3820 (2026). DOI: 10.1038/s41467-026-72461-1.

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