CD59 non è una comparsa qualunque sulla superficie delle nostre cellule. È una proteina ancorata alla membrana che svolge normalmente una funzione protettiva: impedisce al sistema del complemento di completare il cosiddetto “complesso di attacco alla membrana”, una struttura capace di perforare le membrane cellulari. In sostanza contribuisce a evitare che una delle armi della nostra immunità finisca per danneggiare le cellule dell’organismo. Il nuovo studio mostra però un curioso rovescio della medaglia. Quando i ricercatori hanno ridotto CD59 nelle cellule coltivate in laboratorio, Y. pseudotuberculosis è diventata meno efficiente sia nella formazione del poro del T3SS sia nel trasferimento delle proteine Yop. Sorprendentemente, anche aumentare troppo CD59 produceva un effetto negativo. Il batterio sembra quindi beneficiare di un preciso equilibrio nella quantità e nell’organizzazione di questa proteina sulla membrana, più che della sua semplice presenza.

Questo è forse il dettaglio più interessante dell’esperimento. Si potrebbe immaginare CD59 come una sorta di serratura utilizzata direttamente dal batterio per agganciarsi alla cellula. I risultati suggeriscono invece qualcosa di più complesso. Quando gli scienziati hanno rimosso enzimaticamente dalla superficie cellulare le proteine ancorate tramite GPI, famiglia alla quale appartiene CD59, il sistema di secrezione continuava a funzionare. CD59 quindi non sembra essere semplicemente il recettore della “siringa”. Il suo ruolo sarebbe piuttosto indiretto: contribuirebbe all’organizzazione dei microdomini lipidici della membrana, piccole regioni nelle quali lipidi e proteine non sono distribuiti casualmente. Nelle cellule prive di CD59 i ricercatori hanno osservato alterazioni nella distribuzione di GM1, un marcatore utilizzato per studiare questi microdomini, e cambiamenti nella composizione lipidica, compreso l’accumulo di fosfatidilcoline e modificazioni nella lunghezza e nel grado di saturazione degli acidi grassi. È quindi la “geografia” della membrana, più che una singola proteina isolata, a rendere più o meno efficiente l’attacco batterico.

Lo studio è soprattutto un lavoro di biologia cellulare condotto su cellule in laboratorio: non dimostra che modificare CD59 possa già diventare una terapia contro le infezioni da Yersinia, né sarebbe prudente pensarlo, considerando l’importante funzione che questa proteina svolge nel controllo del complemento. Il risultato apre però una prospettiva interessante. Per decenni l’attenzione sui sistemi di secrezione di tipo III si è concentrata soprattutto sulla macchina batterica; ora emerge sempre più chiaramente quanto conti anche il terreno sul quale quella macchina deve lavorare. La cellula dell’ospite non è una superficie passiva: le caratteristiche della sua membrana possono determinare quanto efficacemente un patogeno riesca a trasferire le proprie armi molecolari. E poiché sistemi di secrezione di tipo III sono utilizzati da numerosi batteri Gram-negativi patogeni, comprendere quali componenti dell’ospite li facilitino potrebbe suggerire in futuro strategie capaci di rendere più difficile l’attacco senza necessariamente dover uccidere direttamente il microrganismo. Per ora è ricerca di base. Ma racconta con notevole precisione quanto possa essere sofisticato il rapporto tra un batterio e una cellula: a volte, per attaccarci meglio, un patogeno non deve costruire tutto da solo. Gli basta imparare a sfruttare ciò che trova già sulla nostra membrana.

Davis K.J., Sheahan K.-L., Isberg R.R., Host CD59 potentiates the type III secretion system in Yersinia pseudotuberculosis, Scientific Reports, pubblicato l’8 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-65480-x.

Link alla pubblicazione