Il luogo scelto vale quasi quanto le firme. Alla Mecca, città santa dell’Islam, il 7 agosto Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e il premier pachistano Shehbaz Sharif hanno sottoscritto un patto di mutua difesa fra Arabia saudita, Turchia e Pakistan. La formula centrale sembra presa in prestito dall’articolo 5 della Nato: un attacco armato contro uno dei tre sarà considerato un attacco contro tutti. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha detto che, «tecnicamente», il principio è proprio quello della Nato. È prevista inoltre la creazione di un comitato ministeriale e di un segretariato permanente in Arabia saudita. Erdogan non esclude allargamenti futuri; l’Egitto è il candidato più ovvio.
Nasce dunque una «Nato islamica»? La risposta, per ora, è no. La Nato non nacque soltanto da una frase sulla difesa reciproca. Dietro il suo articolo 5 ci sono comandi integrati, basi, pianificazione militare comune, standardizzazione delle armi, esercitazioni, intelligence e soprattutto la potenza americana. Nulla di paragonabile esiste oggi fra Riad, Ankara e Islamabad. L’accordo della Mecca contiene una promessa politica impegnativa, ma lascia nell’ombra le modalità con cui quella promessa dovrebbe trasformarsi in azione militare.
Eppure sarebbe sbagliato liquidarlo come pura retorica. Il patto riunisce tre potenze che hanno risorse complementari. L’Arabia saudita porta la ricchezza petrolifera e una delle più elevate spese militari del mondo. La Turchia ha il secondo esercito della Nato per consistenza, un’industria bellica in forte espansione, dai droni alle navi, e un’esperienza militare maturata dalla Siria alla Libia. Il Pakistan aggiunge un grande esercito, una tradizione di cooperazione militare con i sauditi e soprattutto un attributo unico: è l’unica potenza nucleare del mondo islamico. Quest’ultimo elemento alimenta da anni interrogativi su un’eventuale «ombrello atomico» pachistano sull’Arabia saudita. Islamabad ha negato che il precedente accordo bilaterale saudita-pachistano del 2025 contenesse una simile garanzia. Nulla di pubblico consente di affermare che la situazione sia cambiata.
Per capire perché questo accordo nasce adesso bisogna partire dalla vulnerabilità saudita. Riad ha investito somme colossali nella difesa e per decenni ha affidato la propria sicurezza in ultima istanza agli Stati Uniti. Ma gli eventi recenti hanno incrinato quella certezza. Gli attacchi iraniani e quelli delle milizie filo-iraniane, insieme con la ripresa dell’offensiva degli Houthi dallo Yemen, hanno mostrato che neppure la presenza americana rende sicuro il Regno. Alla vigilia della firma, secondo Reuters, l’intelligence saudita si preparava alla possibilità di attacchi coordinati da Nord, attraverso le milizie irachene legate all’Iran, e da Sud attraverso gli Houthi. Nel mirino potevano esserci impianti energetici, porti e aeroporti.
Il primo test è arrivato quasi subito. Due giorni dopo la firma, gli Houthi hanno colpito con un drone una raffineria saudita dell’Aramco. Non si è vista alcuna risposta militare collettiva. È il fatto su cui insiste Huda Albadi, esperta degli Emirati intervistata dal Jerusalem Post, che definisce l’accordo una «tigre di carta»: l’Arabia saudita continua a subire attacchi dall’Iran e dai suoi alleati senza che le solenni promesse di difesa comune producano una reazione visibile.
Ma il banco di prova degli Houthi può essere letto anche al contrario. Non è necessario immaginare soldati turchi e pachistani che combattono nelle montagne dello Yemen. Il contributo più utile adesso sarebbe fatto di radar, intelligence, sistemi antiaerei e anti-drone, guerra elettronica, sorveglianza marittima. Sono proprio i settori nei quali Ankara e Islamabad possono rafforzare la vulnerabile difesa saudita. In questo senso il patto potrebbe cominciare a funzionare senza che scatti una guerra comune.
È qui che appare il primo paradosso. L’Iran è una delle ragioni principali per cui l’accordo esiste; nello stesso tempo Teheran lo accoglie quasi come una propria vittoria. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha sottolineato il significato di un sistema regionale di sicurezza che riduca la dipendenza dagli Stati Uniti. La soddisfazione iraniana è comprensibile: se tre alleati storici di Washington decidono di organizzarsi anche per conto proprio, significa che il monopolio americano della sicurezza nel Golfo si è indebolito. Inoltre Teheran ha tutto l’interesse a interpretare il patto come una coalizione islamica che potrebbe rivolgersi contro Israele, anziché come una cintura di sicurezza contro l’Iran.
Questa lettura, tuttavia, è troppo strumentale. Per Riad la minaccia continua a venire dai missili e dai droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran. Allison Minor dell’Atlantic Council osserva che Mohammed bin Salman sta costruendo una rete di partnership anziché sostituire un protettore con un altro. Il regno vuole diminuire la dipendenza da un unico garante esterno e aumentare il proprio margine di manovra. È la strategia della diversificazione applicata alla geopolitica: America, Pakistan, Turchia, accordi interni al Consiglio di cooperazione del Golfo, dialogo con la Cina, perfino canali aperti con l’Iran.
Per l’America, dunque, è una buona o una cattiva notizia? Le due risposte convivono. Il lato positivo: da anni Washington chiede agli alleati di assumersi una quota maggiore del costo della propria difesa. Se Turchia e Pakistan aiutano i sauditi a proteggere raffinerie, porti e rotte marittime, ciò che gli Stati Uniti invocano diventa realtà. Inoltre tutti e tre i firmatari hanno legami militari profondi con Washington; la Turchia resta nella Nato. Un sistema regionale più capace di difendersi può alleggerire il carico su Washington senza diventare antiamericano.
La cattiva notizia è più strategica. Un’analisi Reuters descrive il patto come parte della ricerca saudita di deterrenti aggiuntivi mentre Riad cerca di evitare di essere trascinata nella guerra fra Stati Uniti e Iran. Il Middle East Council vi legge un tentativo di aumentare la «proprietà locale» della sicurezza. In questo senso tre partner importanti degli Stati Uniti stanno costruendo un’assicurazione contro l’eventualità che la garanzia americana sia insufficiente, imprevedibile o troppo costosa. L’America non viene espulsa dal Golfo; perde però qualcosa che vale quasi quanto una base militare: l’esclusiva del ruolo di garante. E chi diversifica i propri protettori diversifica anche la propria politica estera. Per Washington il patto è quindi meno rassicurante sul piano dell’influenza.
Per Israele il bilancio pende più chiaramente verso il negativo, anche se non nel senso più allarmistico. L’esperta emiratina Albadi teme che l’identità islamica attribuita all’accordo consenta ai governi firmatari di trasformare Israele nel nemico ufficiale, evitando di indicare l’Iran. Un ministro pachistano, Khawaja Asif, ha invocato dopo la firma un «fronte militare unito» contro Israele. Ankara ha rapporti pessimi con il governo israeliano. Islamabad non riconosce lo Stato ebraico. Riad ha congelato la normalizzazione che Trump vorrebbe rilanciare. Per Gerusalemme è sgradevole la combinazione: denaro saudita, potenza militare turca e l’unico arsenale nucleare del mondo musulmano dentro una cornice che insiste sulla solidarietà islamica.
Eppure non bisogna confondere la retorica con una strategia di guerra. Persino un’analisi del Times of Israel giudica poco credibile che i tre firmatari intendano trasformare l’accordo in un’alleanza militare anti-israeliana. La funzione immediata è segnalare capacità di iniziativa regionale, non preparare un conflitto con Gerusalemme. Per Mohammed bin Salman, però, c’è una conseguenza importante. Negli anni scorsi uno degli incentivi alla normalizzazione con Israele era la possibilità di ottenere in cambio da Washington un trattato di sicurezza molto più vincolante, insieme con cooperazione nucleare civile e armamenti avanzati. Più Riad riesce a costruirsi una rete alternativa di protezioni, meno urgente diventa pagare il prezzo politico della normalizzazione con Israele. Il patto della Mecca non chiude quella porta. Ne riduce l’urgenza. Ed è forse questa, più che l’ipotesi remota di una guerra dei tre contro Israele, la conseguenza immediata più negativa per Gerusalemme: si indebolisce uno degli incentivi che potevano portare l’Arabia saudita negli Accordi di Abramo.
E poi c’è Erdogan. La Turchia è il membro più singolare del nuovo triangolo perché appartiene già alla Nato. La politica estera di Erdogan moltiplica le appartenenze. Ankara vuole essere indispensabile all’Occidente senza essere subordinata all’Occidente; vuole parlare con Mosca senza diventare alleata della Russia; coltiva il mondo islamico e nello stesso tempo rimane dentro l’Alleanza Atlantica. Il Middle East Council vede proprio nella Turchia il motore intellettuale del progetto: costruire una maggiore «proprietà locale» della sicurezza regionale mentre gli Stati Uniti concentrano sempre più attenzione e risorse sulla competizione con la Cina.
La Mecca scelta come sede e come nome non è quindi un dettaglio scenografico. I tre firmatari rappresentano tre centri storici molto diversi dell’Islam sunnita: il custode saudita dei luoghi santi, l’erede turco dell’Impero ottomano, la grande potenza musulmana dell’Asia meridionale. Il richiamo alla «fratellanza e solidarietà islamica» compare esplicitamente nei documenti ufficiali. È anche il limite dell’idea di una Nato islamica. Gli interessi dei tre non coincidono. Per il Pakistan il problema esistenziale è l’India. Per l’Arabia saudita sono Iran, Houthi e sicurezza del Golfo. Per Erdogan contano Siria, Mediterraneo orientale, rivalità con Israele e ambizione di leadership regionale. La storia mediorientale è piena di solenni alleanze militari rimaste sulla carta. Perfino il precedente accordo saudita-pachistano non impedì a Islamabad, anni fa, di rifiutare la richiesta saudita di partecipare alla guerra nello Yemen.
L’immagine utile non è una nuova Nato. È un Medio Oriente che diventa multipolare. Nessuno vuole più affidare la propria sicurezza a un solo protettore. Le alleanze si sovrappongono, senza essere esclusive. La guerra iraniana doveva riaffermare la centralità della potenza americana e ridisegnare gli equilibri regionali. Ha contribuito invece ad accelerare la ricerca di autonomia da Washington.
13 agosto 2026
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