di
Sara Busato
Padova, Luisa Dalla Valle, Francesca Terrin e Nicoletta Ploteghe hanno analizzato le molecole e la loro tossicità nell’asse intestino-cervello: «La chiave è lo studio della malattia prima che si manifestino i problemi motori»
L’infiammazione intestinale potrebbe precedere i danni al cervello e i disturbi motori o cognitivi, mentre una diversa predisposizione genetica potrebbe spiegare perché, a parità di esposizione, alcuni individui si ammalano e altri no. Sono le due direzioni della ricerca sul Parkinson condotta dalla dottoressa Francesca Terrin e coordinata dalle professoresse Nicoletta Plotegher e Luisa Dalla Valle del dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, pubblicata sul «Journal of Biomedical Science». Del Parkinson si è a lungo parlato dopo le parole che il senatore Dario Franceschini ha detto a Fabrizio Roncone sul Corriere: «Ho il Parkinson, una malattia che non si può prevenire e che non si può curare, solo rallentare».
Lo studio su zebrafish e topo ricostruisce come una sostanza di origine vegetale possa favorire l’avvio di processi neurodegenerativi e apre ora un nuovo filone dedicato ai geni che possono aumentare la vulnerabilità individuale. «Nessuno aveva mai studiato le primissime fasi della malattia legata a questa molecola, quando i topi, primo modello animale utilizzato, non manifestano ancora sintomi legati alla neurodegenerazione – spiega Terrin –. Abbiamo osservato che, prima della comparsa dei danni simili a quelli della SLA o del Parkinson, è già presente un’infiammazione intestinale. Individuare segnali che precedono i sintomi neurologici è importante, perché quando questi si manifestano le cellule del cervello possono essere ormai danneggiate».
Al centro dello studio c’è il Bssg, beta-sitosterolo beta-D-glucoside, uno sterolo glicosilato contenuto nei semi delle cicadee, piante simili alle palme. La molecola era già stata collegata all’Als-Pdc, il complesso Sclerosi laterale amiotrofica-Parkinsonismo-Demenza osservato nella popolazione dell’isola di Guam. Si tratta di una malattia complessa, caratterizzata dalla compresenza, in combinazioni differenti, di sintomi simili alla SLA e al Parkinson e di forme di demenza. I casi sono diminuiti con il cambiamento della dieta locale, nella quale quei semi venivano consumati per periodi prolungati e in quantità consistenti. Il legame tra il Bssg e la patologia era dunque noto, ma non era ancora chiaro il meccanismo attraverso il quale la molecola esercitasse la propria tossicità. Le ricercatrici hanno effettuato esposizioni brevi nelle larve di zebrafish e trattamenti cronici negli animali adulti e nei topi, cercando di riprodurre un’assunzione prolungata.
Il gruppo padovano si è concentrato soprattutto sulle fasi iniziali, quando non sono ancora presenti difficoltà motorie, paralisi o alterazioni cognitive, riscontrando già un marcato stato infiammatorio intestinale. I risultati ottenuti suggeriscono una possibile interazione del Bssg con il recettore dei glucocorticoidi, attraverso il quale agisce il cortisolo. «Nell’intestino, livelli fisiologici di cortisolo contribuiscono a contrastare l’infiammazione, a preservare l’integrità della barriera intestinale, a limitare l’ingresso di batteri e tossine e a modulare la risposta immunitaria», spiega Dalla Valle. Il Bssg probabilmente si lega al recettore in un punto diverso rispetto al cortisolo, ma ne riduce comunque l’attività. In questo modo verrebbe indebolito uno dei meccanismi naturali con cui l’organismo controlla l’infiammazione e l’omeostasi intestinale.
Le analisi hanno rilevato l’attivazione di numerosi geni infiammatori, modificazioni della mucosa e alterazioni della motilità e della funzionalità intestinale. Con il contributo della professoressa Maria Cecilia Giron sono state osservate anche alterazioni della funzione neuromuscolare e della contrattilità intestinale dello zebrafish, attraverso analisi fisiologiche ex vivo, solitamente applicate al topo. I primi dati sul microbiota di entrambe le specie suggeriscono inoltre una disbiosi, cioè uno squilibrio della comunità di microrganismi che vive nell’intestino. Da qui il possibile coinvolgimento dell’asse intestino-cervello, la rete di comunicazione che collega l’apparato digerente al sistema nervoso attraverso vie nervose, immunitarie e metaboliche. Un’infiammazione persistente, insieme all’alterazione della barriera intestinale e alla disbiosi, potrebbe favorire successivamente la neuroinfiammazione e la neurodegenerazione.
Si tratta però di una ricerca di base condotta su modelli animali e su un’esposizione non paragonabile alla dieta comune. Il valore del modello consiste nell’aver permesso di mettere a fuoco un meccanismo biologico che potrebbe avere implicazioni più ampie. «Quando compaiono i sintomi delle malattie neurodegenerative, i danni ai neuroni sono spesso già importanti – osserva Plotegher –. Capire che cosa accade nelle fasi prodromiche potrebbe aiutare, in futuro, a sviluppare strategie capaci di intervenire prima». Il prossimo passo sarà approfondire le alterazioni precoci nel cervello e nel midollo spinale e individuare eventuali varianti genetiche capaci di rendere alcuni individui più vulnerabili. A Guam, infatti, persone esposte alla stessa alimentazione, persino all’interno della medesima famiglia, non si ammalavano tutte e presentavano manifestazioni differenti della patologia.
«Accanto alla possibile causa ambientale c’è un background genetico che può aumentare o diminuire la probabilità di sviluppare la malattia – aggiunge Terrin –. Stiamo cercando di individuare i geni che potrebbero rendere un individuo più vulnerabile alle patologie neurodegenerative». Con l’aiuto di un genetista delle popolazioni, il professor Massimo Mezzavilla, il gruppo confronterà quindi patrimoni genetici differenti per capire come predisposizione individuale e fattori ambientali possano combinarsi, avviando un processo patologico molto prima dei segnali visibili e, forse, proprio nell’intestino.
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7 settembre 2026 ( modifica il 7 settembre 2026 | 07:05)
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