La menopausa potrebbe lasciare nel sangue una traccia biologica molto più ampia della variazione degli ormoni sessuali. Una sorta di “firma” composta da proteine coinvolte nell’infiammazione, nel metabolismo e nelle funzioni sinaptiche, che sembra intrecciarsi con alcuni processi legati all’invecchiamento del cervello.
A individuarla è uno studio pubblicato su Nature Medicine, che ha utilizzato dati proteomici provenienti complessivamente da quasi 15mila donne appartenenti a diverse coorti.
Che cosa cambia nel sangue con la menopausa
Il punto di partenza sono state 80 donne tra 43 e 58 anni, classificate rigorosamente nelle fasi di premenopausa, perimenopausa e postmenopausa. L’analisi delle proteine sieriche ha fatto emergere alterazioni in processi infiammatori, sinaptici e metabolici, oltre che in vie biologiche legate alla malattia di Alzheimer. Queste variazioni risultavano maggiormente associate ai cambiamenti ormonali che alla semplice età anagrafica.
I ricercatori hanno quindi cercato conferma in 2.814 donne di età comparabile. Anche questa analisi ha mostrato, dopo la menopausa, una maggiore attività di processi infiammatori e catabolici e segnali compatibili con un’accelerazione dell’invecchiamento biologico di diversi organi e tipi cellulari, compreso il cervello.
La parte forse più interessante arriva dalle donne più anziane. In quattro coorti indipendenti per complessive 11.925 partecipanti, con età media compresa tra 60,7 e 72,1 anni, punteggi più elevati della firma proteomica associata alla menopausa erano collegati in maniera consistente all’invecchiamento cognitivo e al rischio di demenza.
Non è un esame che predice l’Alzheimer
Da questi risultati non nasce un nuovo test del sangue per sapere chi svilupperà una demenza. La firma proteomica è al momento uno strumento sperimentale di ricerca e lo studio non dimostra che la menopausa sia causa diretta della demenza.
La cautela è particolarmente importante perché l’invecchiamento biologico non procede allo stesso modo in tutti i tessuti e non può essere ridotto a un singolo indicatore. Studi recenti sulle cosiddette “età biologiche” degli organi mostrano che le proteine plasmatiche possono essere utilizzate per stimare traiettorie differenti di invecchiamento, ma la traduzione di questi strumenti nella pratica clinica richiede ulteriori validazioni.
Non solo vampate: la menopausa riguarda tutto l’organismo
Il lavoro contribuisce soprattutto a cambiare prospettiva sulla menopausa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce una fase del normale invecchiamento biologico, dovuta alla perdita della funzione follicolare ovarica e alla diminuzione degli estrogeni circolanti. Generalmente si verifica tra 45 e 55 anni, mentre la perimenopausa può durare diversi anni e avere conseguenze sul benessere fisico, emotivo, mentale e sociale.
Anche memoria e concentrazione possono risentire di questa transizione. Gli estrogeni influenzano aree cerebrali coinvolte nell’apprendimento, nella memoria e nel linguaggio, e durante la menopausa può comparire in alcune donne una piccola ma significativa riduzione della memoria e della fluenza verbale. A complicare il quadro possono contribuire le vampate notturne e la frammentazione del sonno.
Donne e demenza, un problema che va oltre la menopausa
Il collegamento merita attenzione anche per il peso della demenza nella popolazione femminile. Secondo i dati aggiornati dell’OMS, nel 2021 vivevano con una forma di demenza circa 57 milioni di persone nel mondo, con quasi 10 milioni di nuovi casi ogni anno. La malattia di Alzheimer rappresenta il 60-70% dei casi e le donne sono colpite in maniera sproporzionata in termini sia di disabilità sia di mortalità.
Questo squilibrio, tuttavia, non può essere attribuito semplicemente alla menopausa. Età, longevità, fattori cardiovascolari e metabolici, genetica e numerose altre variabili concorrono al rischio di sviluppare una demenza. Il nuovo studio aggiunge un possibile tassello biologico: mostra che la transizione menopausale è accompagnata da cambiamenti molecolari misurabili e che alcune di queste firme sono associate, anni più tardi, alla salute cognitiva.
La terapia ormonale non diventa una cura preventiva
C’è infine un punto particolarmente delicato. Lo studio non dimostra che la terapia ormonale sostitutiva possa prevenire il declino cognitivo o la demenza.
L’ISS indica la TOS come trattamento da valutare soprattutto nelle donne con sintomi menopausali importanti e persistenti, come vampate, sudorazioni e disturbi del sonno, dopo aver considerato individualmente benefici e rischi. Non è invece raccomandata come trattamento generale per prevenire problemi di salute che potrebbero comparire negli anni successivi.
Sul fronte neurologico, inoltre, le evidenze disponibili non hanno dimostrato un effetto preventivo della TOS sul deterioramento cognitivo.
È qui che la nuova ricerca apre soprattutto una strada, più che fornire una risposta definitiva: capire quali cambiamenti molecolari accompagnano la menopausa potrebbe aiutare a individuare i meccanismi che collegano questa fase della vita alla salute cerebrale negli anni successivi. Ma trasformare quella firma nel sangue in uno strumento capace di prevedere il rischio individuale o guidare una terapia richiederà ancora molte conferme.

Fonti:
Nature Medicine – Blood proteomics of menopause map to brain aging and dementia risk
Journal of the Chinese Medical Association – Beyond disease treatment and prevention: From geroscience and molecular hallmarks to gerotherapeutics and precision geromedicine
Organizzazione Mondiale della Sanità – Menopause
Organizzazione Mondiale della Sanità – Dementia
Istituto Superiore di Sanità – Terapia ormonale sostitutiva (TOS)
Istituto Superiore di Sanità – Quale informazione per la donna in menopausa sulla terapia ormonale sostitutiva?

