di
Valerio Cappelli

Intervista a Corrado Augias, che terrà un ciclo di incontri sul divino nella musica a Santa Cecilia: «La musica in questo Paese non è una priorità. Ha ragione il maestro Muti a dirlo, ma la sua orchestra giovanile non basta a cambiare le cose»

«Che gli angeli cantino la gloria di Dio», dice un verso del Messiah di Händel. Immerso tra i libri del suo studio, Corrado Augias oggi parla col suo talento di narratore, con la sua levità felpata (tradendo ogni tanto una nostalgia dissimulata di quando la musica era se non altro rispettata dalla politica), del divino nella musica. Argomento che affronterà a Roma in un ciclo di tre incontri, all’Auditorium di Santa Cecilia, dall’11 gennaio.

Di cosa parlerete?
«Vogliamo raccontare, con il direttore e pianista Aurelio Canonici con cui collaboro in tv, in che modo la musica ha raccontato il sacro. Una galoppata dal canto gregoriano fino ai giorni nostri. E poi parleremo dalla musica euro-americana a quella sudamericana e afro-americana».



















































La parola di Dio nell’arte in passato arrivava in modo più efficace nell’arte figurativa o nella musica?
«La musica, essendo un’arte immateriale, impalpabile, volatile, può rappresentare il sacro come gli pare. Anche sulla letteratura è in vantaggio, poiché la scrittura deve scendere in dettagli realistici e si rischia la goffaggine».

Il canto non è la priorità dei parroci.
«Non lo è in generale la musica, in questo Paese. Io apprezzo la campagna di Riccardo Muti per una maggiore diffusione musicale, a partire dalla musica corale, però bisognerebbe impegnarsi nella pratica, non solo nel dire come vanno male le cose ma cercare di farle andare meglio, e la sua benemerita orchestra giovanile non basta. Ci sono tanti guasti che un uomo come lui dovrebbe denunciare e forse si risolverebbero. Lei parla di parroci, io in tv ho avuto ospiti cardinali che, anche su questioni di teologia e non solo di musica, non sapevano come andare avanti, in fondo allo studio mi facevano segno di finirla lì».

La colpa dell’Italia è nel dopoguerra, quando la politica antepose altri temi rispetto alla musica, che è l’elemento culturale fondativo del Paese, quello che costituisce la nostra identità?
«Le colpe nascono prima, con Giovanni Gentile e Benedetto Croce, a cui poco importava della musica, tradendo una tradizione, che nel caso di Croce è più grave, se pensiamo all’importanza della Scuola napoletana, quando Napoli era capitale della musica. Restando sul sacro, nei Paesi protestanti c’è la pratica della coralità, che noi non abbiamo. I cori cattolici sono delle lagne tremende».

In chiesa dominano le schitarrate pop in luogo di Palestrina, Marenzio, di Lasso.
«Al Vaticano sembrava si avvicinasse la gente alla fede, con i giovanotti muniti di chitarra, secondo una presunta modernità. Ma è stato un passo indietro. Il sacro va avvicinato col sacro, devi sentire che stai varcando una soglia, e vai in un’altra dimensione».

Una volta i committenti erano la Chiesa e le corti, i mecenati, i nobili.
«Poi è arrivato lo Stato, che tiene in piedi i Teatri d’opera. La musica non è mai stata sufficiente a se stessa. Se lo Stato è acuto e generoso, mette le persone giuste al posto giusto. Se mette le persone sbagliate è un disastro. È il livello di acculturazione a essere basso. Io in tv ho parlato della Nona di Beethoven con Daniele Gatti, spiegandone gli snodi con una certa chiarezza ed esempi brevi, prima al piano e poi con l’orchestra. Si vede che in pochi conoscono Gatti ma anche Beethoven, se l’ascolto è andato così così».

Bach, che siglava la propria musica SDG, Soli Deo Gloria, è la voce di Dio. E poi?
«Io metterei proprio il quarto movimento della Nona, anche quella in fondo è musica sacra, quando il coro canta: cercate un padre affettuoso sopra il cielo stellato. Quello di Beethoven, che era malato e non solo per la sordità, è un eroismo umano che lo avvicina a Dio».

E qual è la musica non sacra che più si avvicina a un’idea di sacralità?
«Un sopravvissuto di Varsavia. Schönberg con forte impatto emotivo mescola il kaddish, gli ordini in tedesco di un sergente delle SS e il lamento di un prigioniero».

Cosa non deve fare un divulgatore musicale?
«Io facevo l’assistente di Roman Vlad nelle sue conversazioni in musica alla Filarmonica Romana. Da semicompetente programmavo le cose, poi lui si metteva al pianoforte, e percepivo il momento in cui perdeva il pubblico, smarrendosi nei tecnicismi. Nelle mie conversazioni vedo che la gente mi ascolta».

Ricorda il suo primo concerto?
«Avrò avuto dieci anni. La Pastorale di Beethoven a Massenzio, quella tempesta con tanto di tuoni e lampi fu una folgorazione. Ho studiato pianoforte, poi tra i progressi lenti e i tempi difficili… In casa non avevamo una lira e non potevamo permettercelo, una famiglia sbandata, mio padre era ufficiale dell’Aeronautica ferito in Africa, rimpatriato d’urgenza. Insomma non era aria e mi è rimasto questo rimpianto».

Lei ha mai cercato l’infinito tra le note?
«Io sono ateo. Però attenzione, ateo non vuol dire privo di spiritualità. E non c’entra con l’aderire a una religione, ma sentire un afflato, un empito con quelle entità con cui devo percorrere questi pochi anni che devo stare qua, possono essere la visione di un albero o il concetto di fratellanza, una spiritualità sana, ai confini con l’umanesimo».

E non ha mai cercato protezione in Dio?
«Come fai a cercarla, se non ti sta a sentire? Se credi in Dio sai che ha tutto preordinato, i suoi piani sono eterni e immutabili. Cosa gli vai a chiedere? Fammi vincere la Lotteria Italia, o evitami una disgrazia?».

L’aldilà come lo immagina?
«Non lo immagino, sono convinto che quando me ne andrò finirà tutto. Vorrei scomparire in silenzio, non so se ci riuscirò». Si ferma, sorride: «Magari qualche nipote, per amore, mi tradirà…».

4 gennaio 2026