Un progetto europeo guidato dal San Raffaele e dal Politecnico di Milano prova a intercettare gli attacchi di cuore grazie alla lettura approfondita dei dati degli smartwatch e all’intelligenza artificiale

L’idea che un arresto cardiaco possa essere previsto suona ancora, per molti, come un ossimoro. Eppure è esattamente questo l’orizzonte verso cui guarda il progetto TIME-CARE, acronimo di Technological and patient-tailored Innovations for Maximizing Effectiveness of Cardiac Arrest Resuscitation. Un nome lungo, quasi burocratico, per una sfida che ha invece un respiro radicale: anticipare l’evento, arrivare prima che il cuore si fermi, prima che l’infarto si manifesti nella sua forma più violenta.
Il progetto è finanziato dall’Unione europea attraverso il PNRR, nasce all’Ospedale San Raffaele di Milano ed è costruito insieme al Politecnico di Milano e ad altri grandi centri clinici italiani. Ma soprattutto nasce da una domanda semplice e spiazzante: e se i segnali che precedono un arresto cardiaco fossero già scritti nei dati che produciamo ogni giorno, senza saperlo?

Gli smartwatch come sentinelle

Negli ultimi anni milioni di persone hanno iniziato a indossare smartwatch. Oggetti nati per contare passi e calorie, poi diventati misuratori di sonno, di frequenza cardiaca, di ossigenazione del sangue. Piccoli archivi biometrici sempre accesi, sempre addosso. TIME-CARE parte da qui. Non inventa un nuovo dispositivo, non chiede alle persone di fare qualcosa di diverso. Prova invece a leggere meglio ciò che già esiste.
Lo studio raccoglie dati da smartwatch di uso comune, come Apple Watch e dispositivi con funzionalità analoghe, sia in pazienti che hanno avuto un infarto miocardico o un arresto cardiaco, sia in volontari sani. L’idea è confrontare i due mondi, cercare differenze, scovare pattern nascosti. Non il battito isolato, ma la sua evoluzione. Non il valore singolo, ma il cambiamento.




















































Abbiamo intervistato il dottor Tommaso Scquizzato, anestesista e rianimatore al San Raffaele, uno dei motori scientifici del progetto:
«Quello che ci interessa non è tanto il dato in sé», racconta, «ma la sua traiettoria. Nei trenta giorni precedenti a un evento cardiaco maggiore osserviamo spesso modifiche sottili, progressive, nei pattern elettronici registrati dai dispositivi. Il corpo cambia prima che il paziente se ne accorga davvero».
È questo uno degli elementi più affascinanti che emergono dal lavoro in corso. Il mese che precede un infarto o un arresto cardiaco non è neutro. È un territorio di transizione. I dati suggeriscono che qualcosa si muove, che il sistema cardiovascolare entra in una fase di instabilità misurabile. Frequenze che oscillano in modo anomalo, variazioni della variabilità cardiaca, alterazioni del sonno e dell’attività quotidiana.
Nel progetto – guidato dal prof. Alberto Zangrillo, Principal Investigator di TIME-CARE, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Generale, Cardio-Toraco-Vascolare e dell’Area Unica di Terapia Intensiva Cardiologica e Cardiochirurgica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – sono stati già arruolati circa un centinaio di pazienti, tra persone colpite da eventi cardiaci maggiori e volontari sani. Un numero destinato a crescere. L’obiettivo minimo è di duecento partecipanti, ma la traiettoria è internazionale. L’Australia si sta unendo allo studio, aprendo a una raccolta dati multicentrica che promette di rafforzare la solidità statistica e la generalizzabilità dei risultati.

Come funzionano i sensori degli smartwatch

Al centro dello studio ci sono i dati che gli smartwatch di ultima generazione raccolgono in modo continuo e automatico, trasformando oggetti nati per il fitness in strumenti di monitoraggio cardiovascolare avanzato. Apple Watch, così come i principali dispositivi Samsung e altri smartwatch di fascia alta certificati CE o FDA, integra sensori ottici per la rilevazione della frequenza cardiaca, accelerometri e giroscopi per tracciare movimento, posture e cadute, sensori per l’analisi del sonno e, in alcuni modelli, elettrodi in grado di registrare un elettrocardiogramma a una derivazione. A questi si aggiungono parametri come la variabilità della frequenza cardiaca, le irregolarità del ritmo, i livelli di attività quotidiana e i cambiamenti nei cicli di riposo, tutti elementi che, se osservati nel tempo, possono restituire un’immagine dinamica dello stato cardiovascolare. È proprio questa continuità, più che la precisione del singolo dato, a rendere questi dispositivi preziosi per la ricerca: una registrazione silenziosa e costante della fisiologia quotidiana, capace di cogliere deviazioni progressive dai pattern individuali normali e di fornire la materia prima su cui allenare algoritmi predittivi di infarto miocardico e arresto cardiaco.

L’algoritmo che verrà

Tutti questi dati confluiscono in un lavoro di analisi che coinvolge ingegneri, clinici, data scientist. Il cuore tecnologico del progetto è lo sviluppo di un algoritmo di intelligenza artificiale capace di riconoscere segnali precoci di rischio e generare allerte personalizzate. Non un allarme generico, ma un avviso costruito sulla persona, sulla sua storia clinica, sul suo modo di vivere.
La fase di raccolta dati, spiegano i ricercatori, dovrebbe concludersi verosimilmente entro il 2027. Lo sviluppo dell’algoritmo richiederà più tempo. È una corsa lunga, senza scorciatoie. «Serve pazienza», sottolinea Scquizzato. «L’intelligenza artificiale è potente, ma ha bisogno di essere addestrata bene. Un falso positivo può creare ansia inutile, un falso negativo può essere fatale. Il margine di errore deve essere ridotto al minimo».
TIME-CARE, però, non si ferma alla previsione. Il progetto lavora su più livelli della cosiddetta catena della sopravvivenza. Un altro fronte è il riconoscimento automatico dell’arresto cardiaco quando avviene in solitudine, una condizione che riguarda circa il trenta per cento dei casi. Qui entrano in gioco le telecamere di sorveglianza e gli algoritmi di visione artificiale.
Un prototipo è già stato sviluppato: analizza i video e riconosce schemi compatibili con un arresto cardiaco, come il collasso improvviso e l’immobilità. L’obiettivo è arrivare a una rilevazione in tempo reale, capace di attivare i soccorsi anche quando non c’è nessuno a chiamare.
C’è poi il tema della rianimazione personalizzata. Oggi le linee guida indicano un punto standard sul torace per le compressioni e una posizione standard per le piastre del defibrillatore. Ma i cuori non sono tutti uguali, e nemmeno i toraci. Il progetto studia come adattare compressioni e defibrillazione all’anatomia del singolo paziente, usando tomografie e modelli tridimensionali per capire dove agire in modo più efficace.

Una medicina che ascolta

In filigrana, TIME-CARE racconta un cambiamento più ampio. Una medicina che non aspetta l’evento, ma lo intercetta. Che non si limita a intervenire, ma prova ad anticipare. È una medicina che ascolta i dati, ma senza dimenticare le persone. Perché dietro ogni algoritmo c’è una scelta etica, dietro ogni alert una responsabilità.
Scquizzato lo dice con chiarezza: «Il nostro obiettivo non è trasformare tutti in pazienti, ma dare una possibilità in più a chi è davvero a rischio. Se riusciamo ad anticipare anche solo una parte degli arresti cardiaci extra-ospedalieri, l’impatto sulla salute pubblica sarebbe enorme».
Forse il punto più potente di questa storia è la sua normalità. Non servono macchinari futuristici, non servono ospedali ipertecnologici. Serve un orologio al polso, un telefono in tasca, e la capacità di leggere ciò che già produciamo. Il futuro della prevenzione cardiovascolare potrebbe essere già addosso a noi, senza che ce ne siamo accorti.
Resta il tempo, che in cardiologia è sempre il vero protagonista. Minuti, ore, giorni. Anticiparli significa cambiare il finale. E se il cuore, prima di fermarsi, sta davvero cercando di dirci qualcosa, forse è arrivato il momento di imparare ad ascoltarlo.

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26 gennaio 2026 ( modifica il 26 gennaio 2026 | 11:48)