di
Antonella Sparvoli

Il ruolo della diagnosi precoce e di nuovi farmaci per rallentare l’evoluzione della malattia renale cronica e le sue conseguenze

Tutti sanno cosa significa avere il colesterolo alto: è un campanello d’allarme immediato, associato al rischio di infarto e ictus, e richiama alla mente parole come prevenzione, dieta, farmaci. Ma se si chiede a una persona qualunque che cosa sia la creatinina, spesso la risposta è un silenzio incerto. Eppure è proprio questo parametro, semplice e che dovrebbe essere sempre inserito nelle analisi di routine, a raccontare quanto stanno lavorando i nostri reni. La creatinina è infatti un prodotto del metabolismo muscolare e il rene sano è in grado di eliminarla completamente. Un suo aumento nel sangue potrebbe indicare che il filtro-rene non funziona a dovere. Si tratta di un indicatore discreto, che raramente finisce sotto i riflettori, ma che può fare la differenza tra una diagnosi precoce e una malattia che avanza in silenzio. Lo hanno ricordato gli esperti intervenuti alla Tavola rotonda «La malattia renale cronica oggi, tanti modi per ammalarsi, tanti modi per curarsi», tenuta in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione nazionale emodializzati, dialisi e trapianto renale (Aned).

Una malattia silenziosa

La malattia renale cronica è una condizione subdola: nelle fasi iniziali non dà sintomi evidenti e viene spesso scoperta per caso, durante esami fatti per altri motivi. Quando si manifesta in modo chiaro, il danno può essere già significativo. Per questo conoscere e interpretare correttamente i valori di creatinina nel sangue, insieme ad altri parametri come un semplice esame delle urine, rappresenta un passaggio cruciale nella prevenzione, tanto quanto lo è il controllo del colesterolo per il cuore. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. «Accanto a una maggiore consapevolezza sull’importanza della diagnosi precoce, sono arrivati o sono in fase avanzata di sviluppo nuovi farmaci in grado di rallentare la progressione del danno renale, offrendo prospettive concrete ai pazienti – ha segnalato nel corso della tavola rotonda Enrico Minetti, direttore della Struttura complessa di Nefrologia, dialisi e trapianto dell’Ospedale Niguarda di Milano -. Una rivoluzione silenziosa, proprio come la malattia che combattono, ma destinata ad avere un impatto sempre più rilevante sulla salute pubblica».



















































Le nuove terapie

Tra i farmaci introdotti negli ultimi anni che si sono rivelati preziosi alleati per contrastare il danno renale rientrano senz’altro le cosiddette glifozine: proteggono la funzionalità renale, riducono le proteine nelle urine e allontanano la dialisi, in diabetici e non. Importanti sviluppi sono stati fatti anche sul fronte della nefropatia da IgA, la più frequente glomerulonefrite, caratterizzata dal deposito di anticorpi IgA nei glomeruli renali, causa di infiammazione e progressiva perdita di funzionalità renale. «In questo momento ci sono circa una ventina di farmaci in fase di sperimentazione che agiscono sulle IgA a vari livelli – riferisce Minetti -. Per esempio oggi, se dobbiamo curare un paziente, anche giovane, con nefropatia IgA usiamo dosi generose di cortisone. Ma alcuni farmaci sperimentali consentono di risparmiare sul cortisone, forse di farne a meno. Questo, nel prossimo futuro, cambierà la vita del paziente». Va chiarito che i nuovi farmaci, molti dei quali in fase avanzata di sperimentazione o ormai prossimi all’introduzione nella pratica clinica, non promettono di guarire la malattia renale cronica, ma puntano a un obiettivo altrettanto cruciale: evitare che peggiori. «Oggi, curare bene l’insufficienza renale cronica vuol dire innanzitutto rallentarne la progressione, mantenendo il paziente il più possibile sotto controllo» fa notare Minetti.

La gestione dell’insufficienza renale

Negli ultimi anni si sono registrati progressi significativi anche sul fronte dei farmaci che aiutano a gestire le diverse conseguenze dell’insufficienza renale cronica, aspetti che incidono in modo rilevante sulla qualità di vita e sulla prognosi dei pazienti. Dall’anemia, oggi trattata con molecole sempre più mirate e con nuovi meccanismi d’azione, al controllo dei livelli di fosforo e del metabolismo minerale, fino alla gestione dell’iperpotassiemia, grazie a terapie più sicure e maneggevoli rispetto al passato: l’armamentario terapeutico si è ampliato in modo sostanziale. «Intervenire su questi fattori non è solo un supporto sintomatico, ma rappresenta parte integrante della strategia di cura, perché consente di stabilizzare il paziente, prevenire complicanze e, soprattutto, accompagnare più efficacemente il rallentamento della progressione della malattia renale» conclude Minetti.

Progetto «PREMIO»

Per migliorare davvero la gestione della malattia renale cronica è fondamentale agire anche sull’organizzazione delle cure, rafforzando la collaborazione tra i professionisti coinvolti, a partire dai medici di famiglia e dai nefrologi. In questo contesto si inserisce «PREMIO – Progetto per la gestione integrata della malattia renale cronica», promosso congiuntamente dalla Società italiana di nefrologia (Sin) e dalla Società italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie (Simg), che punta a costruire una rete nazionale tra territorio e centri specialistici. «Le evidenze degli ultimi anni dimostrano che possiamo rallentare in modo significativo la progressione della patologia, rimandando anche di 25 anni la dialisi, riducendo nel contempo anche il rischio cardiovascolare e consentendo infine la prescrizione di terapie salvavita per le malattie neoplastiche e infettive. Ma per farlo è fondamentale anticipare la diagnosi e costruire percorsi condivisi tra medicina generale e specialistica», sottolinea Luca De Nicola, presidente della Sin. Dello stesso avviso Alessandro Rossi, presidente della Simg: «La medicina generale è il primo punto di contatto con il paziente e può fare la differenza nell’identificazione precoce e nella presa in carico continuativa». L’obiettivo del progetto, articolato su un percorso triennale (2026-2028) con percorsi formativi e una collaborazione strutturata tra i diversi livelli di cura, è dunque rendere la diagnosi precoce una pratica diffusa e favorire una gestione integrata del paziente, elemento chiave per rallentare la progressione della patologia e migliorare gli esiti per milioni di persone. 

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24 aprile 2026 ( modifica il 24 aprile 2026 | 10:58)