di Chiara Amati
Dalla perdita del marito al successo su TikTok e Instagram fino al libro uscito il mese scorso: la storia di Luigina Simonotti e del nipote Davide: un legame autentico diventato rifugio per migliaia di persone
«Ma quale successo?! Io faccio quello che farebbe qualunque nonna: cucino, chiacchiero con mio nipote, lo prendo un po’ in giro o, almeno, lui me lo fa credere, e intanto mi diverto. Mi dicono che ho un sacco di follower. Còs a veul dì? Mah! Però sono venuta a Milano di recente e mi hanno riconosciuto per strada: “Ma lei è nonna Luigina?”. Sì, a son mi, a son mi».
Ride Luigina Simonotti, 87 anni suonati – «quasi 88», puntualizza lei – per tutti la «nonna dei social». Classe 1938, di Gattico-Veruno, in provincia di Novara dove vive ancora oggi, Simonotti è una delle nonne influencer più amate d’Italia, con oltre due milioni di follower tra Instagram e TikTok. «Tanta roba», direbbero le colleghe più giovani. Eppure lei gestisce la popolarità con garbo e leggerezza. Una memoria senza esitazioni e una fame di vita che non intende negoziare. Sta in campagna, è amica di tutti, ride ogni volta che può. Intorno a lei, sui social, si è radunata una folla enorme. Il centro del suo mondo resta, però, il nipote. Classe 1994, ingegnere, Davide Moia è la spalla e il regista domestico di una quotidianità diventata racconto. Li abbiamo raggiunti al telefono. Una videochiamata che nonna Luigina ha gestito con la disinvoltura di chi è abituato alla camera. E che ci ha restituito l’immagine di un legame fortissimo.
«Chieda pure, sono qui con il mio Davide», risponde vivace.
Dicono che sia una star.
«Ma no, per me è tutto normale, tutto semplice. Mi diverto un sacco».
È molto seguita. Perché piace tanto?
«Perché siamo nonna e nipote, con la nostra spontaneità: ridiamo, scherziamo, discutiamo, stiamo semplicemente insieme».
Basta questo?
Davide. «Sì, perché le persone si riconoscono nel nostro legame. Non tanto in quello che facciamo, ma nel modo in cui viviamo la nostra complicità: una battuta, un gesto, quei piccoli momenti autentici che i nipoti amano condividere con i propri nonni e viceversa. Sono vissuti che appartengono alla storia di tutti, dettagli che esistono in ogni casa. Ed è proprio in questi frammenti di vita che nasce il legame vero».
Quando è cominciata la vostra avventura?
Nonna Luigina. «Durante il lockdown, dopo la morte di mio marito Siro. Eravamo sposati da sessant’anni (si commuove). Era bravissimo. Non litigavamo mai. Non siamo mai stati un’ora senza parlarci. Detestavamo tenere il muso. Abbiamo festeggiato l’anniversario e dopo otto giorni se ne è andato. A quel punto il mio tempo si è come svuotato, mi pareva di non avere più un senso. Davide ha avuto l’idea, mi ha salvato».
Davide. «Quando un legame viene meno dopo così tanto tempo, gli equilibri inevitabilmente si rompono. Mi sono chiesto che cosa avrebbe potuto tenerle compagnia e riempire un po’ quel vuoto, cosa avrebbe potuto darle uno stimolo. Abbiamo scattato foto, girato video: gesti tutto sommato normali, senza alcun progetto preciso alla base. Poi, da una cosa ne è venuta un’altra e un’altra ancora. Un giorno, per gioco, ho caricato su TikTok video di momenti quotidiani vissuti insieme. I contenuti sono piaciuti così tanto che, in breve, hanno ottenuto molte interazioni e visualizzazioni. Oggi molte persone ci scrivono per condividere ricordi della propria nonna».
Niente di pensato a tavolino, insomma.
Davide. «No. Volevamo raccontare le nostre giornate, in quella che all’inizio abbiamo chiamato “pagina della nonna”. Poi ci abbiamo messo l’orto, le ricette, il dialetto, le abitudini di casa. L’obiettivo era stare in compagnia. Nient’altro».
Una giornata tipo?
Nonna Luigina. «Io sono sempre tranquilla. Sto a casa, guardo fuori, saluto la gente che passa. Qui ci conosciamo un po’ tutti: mi vogliono bene. Poi arriva Davide e si lavora (ride)».
Ha un’energia invidiabile: qual è il segreto?
«Mah, non ce n’è mica. Non mi sono mai preoccupata dell’aspetto fisico. Ho sempre fatto la vita di campagna, lavorando e andando avanti come veniva».
E a tavola?
«Uguale. Se il segreto è bere acqua, allora io ne bevo tanta. Poi mangio soprattutto quel che produciamo noi: cibi della terra, genuini. Abbiamo un orto: raccolgo le verdure – pomodori, lattuga, zucchine, fagiolini – e le metto in tavola. Se avanza qualcosa, sistemo nel congelatore, poi faccio scorta per il resto dell’anno».
I suoi piatti preferiti?
«Di tutt’un po’. Magari mangio poco pesce perché, per averlo buono, bisogna andare lontano. Invece a me piace appena pescato e qui non ne trovo. La carne, quella sì: quando c’era mio marito non mancava mai. Allevavamo gli animali – mucche, vitelli, maiali -, si andava sul sicuro perché li nutrivamo noi. Oggi questa garanzia non c’è più».
È vero che mangia quando ha fame?
«Sì e non comincio mai una giornata senza colazione: caffè leggero appena sveglia. Poi, con calma, latte e biscotti. Nel pomeriggio pane, salame e gorgonzola. La sera del riso, uova, torte salate. Ogni tanto anche qualcosa di salutare (scherza) ».
Cioè?
«Mele, insalata, patate con verdure e gelati. Fanno bene all’umore i gelati (ride). Il mio frigorifero deve essere sempre pieno: risparmio sui vestiti, ma sul cibo no. Quindi cose buone e facili da preparare. In fondo ci vuol poco per mettere insieme un piatto gustoso. Davide controlla tutto, fa la conta dei gelati che spariscono e mi rimprovera se ne mangio troppi. Ma le pare? Compro per lasciare lì? Certo che no!».
Cucina?
«In passato sì. Ho fatto l’aiuto cuoca in due ristoranti e in una mensa con cento operai da servire. Era un lavoro duro, ma mi piaceva. Adesso cucino un po’ meno. Bisogna stare in piedi, devo fare attenzione. Per fortuna mi aiuta Davide: una volta decido io e una volta lui. Ci diamo una mano».
Si dice che le sue ricette nascondano segreti.
«Ma sì, ogni tanto metto un ingrediente speciale».
Tipo?
«Il burro nei ravioli. Davide li preferisce sconditi, deve mantenersi in forma, dice. Ma non si può mangiare senza sapore! Così, quando lui si distrae, aggiungo una noce di burro sul fondo del piatto e sopra ci metto i ravioli. Devo essere svelta, però. Comunque, alla fine li divora e gli piacciono pure».
Una liturgia precisa: la nonna condisce, il nipote protesta.
Nonna Luigina. «Sì, ma poi mangia».
Davide. «Lei, invece, nega l’evidenza perché, diciamocelo, i ravioli nel burro annegano. Anche un cieco si accorgerebbe. Alla fine ci divertiamo con poco».
Che valore ha un pasto per lei?
Nonna Luigina. «Al di là di quello che finisce in tavola, è una gioia che riscopro ogni giorno. Sono nata nel 1938: ho vissuto la guerra e conosciuto la fame vera, quella del corpo. Poi, quando è mancato mio marito, è arrivata un’altra fame, più silenziosa, quella del cuore. Adesso, grazie a Davide e alle persone che mi seguono, ho ritrovato il piacere di condividere il cibo come una volta: un nutrimento per il corpo e l’anima. Mi piace».
Ha scritto un libro, uscito da poco.
«Una bambina con le rughe (Sperling & Kupfer, ndr).
Un bel titolo.
Davide. «L’abbiamo preso da una definizione che avevo letto in un articolo su di lei: mi era sembrata perfetta. Perché, da una parte, la Luigina bisogna tenerla d’occhio come una bambina: se trova il salame, il salame sparisce. Dall’altra, ha molte più rughe di me e, quindi, molta più esperienza. Insomma, è proprio questo il bello del nostro rapporto».
Ricettario?
Davide. «Non solo. Il libro raccoglie le nostre conversazioni che sono soprattutto storie. Dentro si trovano anche piccoli segreti per vivere bene il tempo che passa, ma il cuore del racconto è il nostro rapporto: spontaneo, schietto, onesto».
Felice di averlo scritto?
Nonna Luigina. «Io mi fido del mio Davide, accetto sempre quello che mi propone. Per cu sì, sono felice».
Programmi per il futuro?
«Davide mi organizza ogni tanto piccoli incontri in giro, per stare insieme alla gente: gruppi di venti, venticinque persone, pizzata e via. A me piace perché sono una gran chiacchierona. Però poi sento sempre il bisogno di tornare a casa, nell’orto che è il mio vero motore. Adesso è tempo di semina e la terra è buona: se la rispetti e la lavori con pazienza, l’estate ti restituisce tutto. È così che va la vita: quello che semini, prima o poi ritorna. Io sono la prova».
10 maggio 2026
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