La storia è in una tazza. Da una parte c’è il tè che conosciamo noi: acqua calda, foglie, un cucchiaino, forse due biscotti e il modesto conforto di interrompere per dieci minuti le faccende. Dall’altra c’è l’«elisir», promosso sul banco dei miracoli insieme con il dimagrimento, la protezione dal cancro e quella misteriosa operazione chiamata detox, per la quale l’organismo viene trattato come una credenza ingombra da svuotare prima dell’arrivo degli ospiti.
Un approfondimento pubblicato il 22 agosto dal Times ha rimesso in fila i benefici attribuiti alle diverse varietà. Conviene partire dalla botanica, che almeno non vende indulgenze: tè nero, verde, bianco, oolong e matcha vengono tutti dalla Camellia sinensis. A cambiare sono la lavorazione e il grado di ossidazione, dunque la composizione. Il verde conserva più catechine, fra le quali l’EGCG; nel nero prevalgono teaflavine e tearubigine; con il matcha, invece, si beve anche la foglia macinata. Una famiglia sola, insomma, con parenti diversamente pettinati. Nessuno, finora, ha conquistato il certificato di bevanda salvifica.
Il punto serio — ce n’è uno, e merita di non essere soffocato dalle chiacchiere sulla depurazione — riguarda i flavan-3-oli e il sistema cardiovascolare. Una metanalisi uscita nel 2025 sull’European Journal of Preventive Cardiology ha raccolto 145 studi randomizzati, per complessivi 5.205 partecipanti. Non studiava esclusivamente il tè: comprendeva alimenti ed estratti ricchi di questi composti, quindi cacao, mele, uva e sostanze isolate. È una precisazione un po’ noiosa, lo capisco, ma la scienza vive di precisazioni; il miracolo, viceversa, preferisce i caratteri grandi.
Nel complesso, il consumo ripetuto risultava associato a una diminuzione media della pressione misurata in ambulatorio: 2,8 mmHg per la sistolica e 2,0 per la diastolica. È stato osservato anche un miglioramento della dilatazione mediata dal flusso, cioè della capacità dell’endotelio di aiutare i vasi a rilassarsi. La riduzione della pressione appariva più evidente nelle persone che partivano da valori elevati. Nei trial dedicati specificamente al tè si arrivava in media vicino ai 700 millilitri al giorno, due o tre tazze abbondanti: non una piscina, non una flebo, non il battesimo per immersione.
Signore e signori ipertesi, per favore, lasciate le medicine nel cassetto soltanto per prenderle all’ora prescritta. Quei risultati non trasformano il tè in un antipertensivo e non autorizzano a sospendere le terapie. Suggeriscono qualcosa di più sobrio: la bevanda può essere uno dei piccoli tasselli di un’alimentazione favorevole ai vasi. Le prove sono state giudicate di forza moderata. Va però dichiarato con precisione anche il contesto: la metanalisi ha ricevuto un contributo di ricerca non vincolato da Lipton Teas & Infusions; un coautore lavorava per Lipton e un altro per Unilever. Non è un motivo per gettare via i risultati, ma lo è per non servirli come una verità già confezionata e pronta al consumo.
Poi arriva la grande epidemiologia, con i suoi numeri da censimento imperiale. Una metanalisi del 2024 ha esaminato 38 gruppi di dati prospettici, ricavati da 27 studi e da quasi 1,96 milioni di persone. Rispetto agli astemi della teiera, chi consumava all’incirca una tazza e mezza o due tazze al giorno mostrava una mortalità generale e cardiovascolare inferiore; attorno alle due tazze, la riduzione relativa della mortalità per tutte le cause era circa del 9 per cento.
Qui bisogna appoggiare il piattino e pronunciare bene una parola: «associato». Non significa «causato». Chi beve tè può anche mangiare diversamente, fumare meno, muoversi di più, avere altre condizioni sociali e altre abitudini. La tazza compare nella fotografia, ma non è detto che abbia organizzato la scena. E il beneficio non aumentava regolarmente aggiungendo tè su tè, come punti su una tessera del supermercato. Non esiste una dose universale: varietà della foglia, quantità, temperatura dell’acqua e durata dell’infusione modificano polifenoli e caffeina.
Cambia parecchio anche ciò che mettiamo nella tazza. Il tè non zuccherato è quasi privo di calorie; quello carico di zucchero, sciroppi o panna è ormai un dessert liquido, anche se nell’app o sul menu continua a presentarsi sotto la voce «tè». È il nostro talento per il rebranding: prendiamo una cosa semplice, la rendiamo fotogenica, la riempiamo di extra e poi chiediamo alla foglia di rispondere del conto.
La misura, vecchia virtù con scarsa pubblicità, resta la regola. Per la maggior parte degli adulti sani, l’EFSA considera non preoccupante un’assunzione complessiva fino a 400 milligrammi di caffeina al giorno, contando tutte le fonti; in gravidanza la soglia prudenziale scende a 200 milligrammi. Ma chi soffre di insonnia, ansia, palpitazioni o reflusso può tollerarne assai meno. Il corpo, a differenza del comunicato promozionale, non legge soltanto le medie.
Ci sono poi faccende meno eleganti ma più utili. I polifenoli possono ostacolare l’assorbimento del ferro non eme; in presenza di carenza o anemia può dunque essere ragionevole bere il tè lontano dai pasti, attenendosi alle indicazioni del medico. E attenzione al calore: la IARC definisce «molto calde» le bevande consumate sopra i 65 °C e le classifica come probabilmente cancerogene per l’esofago. Non è una colpa particolare del tè. Anche l’acqua, quando scotta, non presenta il passaporto botanico.
Infine la capsula, oggetto contemporaneo che promette di concentrare una buona abitudine fino a farla diventare imprudente. Una tazza non equivale a un estratto: il NCCIH statunitense segnala rari casi di danno epatico soprattutto in relazione agli estratti concentrati di tè verde. La foglia in acqua e la sostanza compressa non sono gemelle; tutt’al più si sono incontrate in fotografia.
Due o tre tazze non zuccherate, se ben tollerate, possono dunque stare senza scandalo dentro una dieta sana. Non curano, non «detossinano», non cancellano il fumo, la sedentarietà o un’alimentazione scorretta. Il tè può aiutare modestamente; siamo noi che, incapaci di accontentarci di una buona bevanda, gli chiediamo anche di portar fuori la spazzatura.

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Katy Salter, “Is tea good for you? Yes, and in more ways than you may think”, The Times, 22 agosto 2026.
Lagou V. et al., “Impact of flavan-3-ols on blood pressure and endothelial function in diverse populations: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials”, European Journal of Preventive Cardiology, 2025, DOI: 10.1093/eurjpc/zwaf173.
Kim Y., Je Y., “Tea consumption and risk of all-cause, cardiovascular disease, and cancer mortality: a meta-analysis of thirty-eight prospective cohort data sets”, Epidemiology and Health, 2024, DOI: 10.4178/epih.e2024056.
Autorità europea per la sicurezza alimentare, “Caffeine”.
Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, “Drinking very hot beverages”.
National Center for Complementary and Integrative Health, “Green Tea: Usefulness and Safety”.

