Abbiamo messo il sonno al lavoro: lo misuriamo, lo registriamo, lo giudichiamo al mattino come un caporeparto piuttosto severo. Sette ore e cinquantacinque? Insufficienza. Otto ore? Promozione quotidiana. Eppure quel numero rotondo, oggi seduto sul trono del buon riposo, potrebbe discendere più dall’organizzazione sociale dell’Ottocento — otto ore di lavoro, otto di svago, otto di riposo — che da una legge biologica valida per tutti.
A rimettere ordine fra storia e cronometro è una revisione narrativa pubblicata su Brain Medicine, costruita accostando antropologia, documenti storici, genetica e neuroscienze. Precisiamo subito: non si tratta di un nuovo esperimento e neppure di una meta-analisi, ma di una lettura complessiva degli studi disponibili. La sua tesi è prudente ma capace di guastare una bella certezza commerciale: otto ore possono senza dubbio essere salutari, ma non abbiamo prove sufficienti per trasformarle nella dose universale di ogni adulto. Anche il famoso debito di sonno nei confronti degli antenati, a quanto pare, è stato presentato con troppa disinvoltura.
Ma vediamo la notte dove lampioni, televisori e smartphone hanno ancora una presenza molto limitata. Uno studio apparso nel 2015 su Current Biology seguì 94 adulti per 1.165 giorni complessivi fra gli Hadza della Tanzania, i San della Namibia e gli Tsimane della Bolivia, usando dispositivi da polso per registrarne attività e riposo. Il sonno effettivo andava da 5,7 a 7,1 ore, con una media di circa 6,4; la finestra fra addormentamento e risveglio era invece più ampia, da 6,9 a 8,5 ore. Prima lezione: stare a letto e dormire non sono la stessa cosa, per quanto il nostro orologio digitale ami comportarsi come un banditore di minuti.
E poi c’è il ritmo. I partecipanti non si addormentavano al tramonto, come vorrebbe una certa scenografia dell’umanità primitiva, ma mediamente più di tre ore dopo; si svegliavano attorno all’alba e ricorrevano di rado a lunghi sonnellini. In inverno il riposo aumentava di quasi un’ora: temperatura e stagioni entravano dunque nella camera da letto senza bussare. Queste comunità contemporanee non sono, naturalmente, una fotografia intatta dei nostri antenati; mostrano però quanto sia fragile l’idea di un passato preindustriale popolato da dormitori instancabili, tutti fedeli alle loro otto o nove ore.
Il quadro si allarga con un’analisi pubblicata nel 2025 nei Proceedings of the Royal Society B: 54 studi, più di 5.100 persone, 21 Paesi. Il risultato rovescia la trama più comoda. Le popolazioni industrializzate dormivano in media 7,1 ore, quelle non industrializzate 6,4, e le prime trascorrevano addormentate una quota maggiore del tempo passato a letto. Il vantaggio delle comunità meno esposte alla modernità spiccava altrove: ritmi circadiani più marcati, meglio accordati alla luce e alla temperatura naturali.
L’industrializzazione, dunque, sembra avere spostato il sonno più che averlo semplicemente accorciato. L’illuminazione serale allunga il giorno; gli ambienti mantenuti a temperatura costante attenuano i segnali naturali; il lavoro a turni scompagina gli orari; la distanza fra giorni feriali e fine settimana costringe l’orologio biologico a una piccola trasferta settimanale. Quante ore abbiamo dormito? È una domanda utile, ma non basta. Quando abbiamo dormito, con quale continuità, con quanta regolarità e quanto vicino al ritmo del nostro organismo? Qui, con tutta probabilità, si gioca una parte meno appariscente e più sostanziale della partita.
Attenzione però a non trasformare la revisione di un dogma in un alibi per sottrarre due ore alla notte. Il fatto che alcune popolazioni dormano meno non dimostra che quella durata sia ottimale per chiunque, né chiarisce tutte le possibili conseguenze a lungo termine. Età, genetica, malattie, attività fisica e qualità del riposo cambiano il fabbisogno; le persone che per natura hanno bisogno di dormire meno esistono, ma rappresentano casi non comuni. Le raccomandazioni cliniche continuano a indicare che gli adulti dovrebbero dormire regolarmente almeno sette ore, mentre bambini e adolescenti hanno bisogno di un riposo più lungo.
Il vero controllo di qualità, infine, non si esaurisce nel numeretto acceso sul polso. Sonnolenza durante il giorno, difficoltà di concentrazione, irritabilità, risvegli frequenti, russamento intenso o pause respiratorie dicono più del punteggio festeggiato appena svegli. Non occorre spodestare le otto ore: occorre togliere loro il potere di certificare, da sole, il buon sonno universale. Il riposo non è una corsa verso una cifra tonda, ma un equilibrio mobile fra durata, qualità, regolarità e momento. Il cronometro può restare sul comodino; purché smetta di atteggiarsi a oracolo.

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Pandi-Perumal SR, Saravanan KM, Spence DW, Alsaif SS, Jahrami H, BaHammam AS, et al. The new science of sleep: Insights from pre-industrial societies and phylogenomics. Brain Medicine. Pubblicato online il 25 agosto 2026. doi: 10.61373/bm026w.0060.

