A settembre si torna a scuola. Aule affollate, bambini seduti gomito a gomito e, quando le finestre restano chiuse, un ricambio d’aria che può diventare insufficiente. Poi arrivano i primi colpi di tosse, gli starnuti, il raffreddore.

Proprio mentre milioni di studenti tornano in classe, una ricerca italiana presentata il 6 settembre al congresso della European Respiratory Society (ERS 2026) di Barcellona invita a guardare le aule da una prospettiva meno scontata: non soltanto come luoghi in cui bambini e ragazzi trascorrono molte ore insieme, ma come veri ambienti biologici.

Il lavoro presentato da Soutrik Banerjee, ricercatore del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione dell’Università di Ferrara, in collaborazione con Alten S.A., ha studiato alcuni gruppi di batteri presenti nella polvere delle aule e il loro possibile rapporto con la funzione respiratoria dei bambini.

È un risultato da approfondire, che non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto tra la presenza di questi batteri nella polvere e la funzione polmonare. Ma apre una finestra interessante su qualcosa che normalmente resta invisibile: la polvere di un’aula non è soltanto polvere.

Microrganismi osservati speciali

I ricercatori hanno utilizzato i dati del progetto europeo SINPHONIE, una delle più ampie indagini dedicate alla qualità dell’ambiente scolastico indoor. Per questa analisi sono stati considerati dati provenienti da 22 Paesi europei e quasi 300 aule.

L’attenzione si è concentrata su due gruppi di batteri ambientali, Streptomyces e Mycobacterium spp., microrganismi che possono essere comunemente presenti nel suolo, nella polvere e nell’ambiente.

Non si tratta dunque della scoperta di un nuovo patogeno che “infetta le scuole”. La questione è diversa e scientificamente più interessante: i ricercatori hanno misurato la presenza di questi batteri nella polvere delle aule e hanno confrontato i risultati con la spirometria degli alunni che le frequentavano.

Nelle classi con livelli più elevati di Streptomyces, la capacità vitale forzata, o FVC, risultava mediamente inferiore di 0,08 litri. Con livelli maggiori di Mycobacterium spp. sono stati osservati valori leggermente inferiori anche del FEV₁, il volume di aria espulso nel primo secondo di un’espirazione forzata, e del picco di flusso espiratorio.

Le differenze rilevate sono modeste, anche se statisticamente significative. Inoltre l’analisi ha tenuto conto di numerosi possibili fattori di confondimento, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, esposizione al fumo passivo, caratteristiche dell’edificio e livelli locali di inquinamento atmosferico.

Il punto, quindi, non è sostenere che quei batteri abbiano danneggiato i polmoni dei bambini. Lo studio documenta un’associazione che dovrà essere confermata e spiegata da ulteriori ricerche.

La polvere racconta

È forse questo l’aspetto più originale del lavoro dell’Università di Ferrara.

Quando si parla di qualità dell’aria nelle scuole, l’attenzione cade soprattutto su anidride carbonica, particolato, muffe, temperatura, umidità e ventilazione. La nuova ricerca sposta lo sguardo anche sulla componente microbica della polvere.

La polvere raccolta in una classe conserva tracce dell’ambiente: particelle provenienti dall’esterno, materiale introdotto dalle persone e microrganismi. La sua composizione può quindi raccontare qualcosa delle condizioni nelle quali quell’aula viene utilizzata ogni giorno.

I ricercatori indicano due possibili interpretazioni, entrambe da verificare. Alcune componenti batteriche potrebbero interagire con le prime vie aeree attraverso meccanismi immunitari o infiammatori. Oppure quei batteri potrebbero rivelarsi soprattutto marcatori di altre caratteristiche dell’ambiente esterno.

Lo studio non permette di stabilire quale spiegazione pesi di più.

La prudenza, però, ci conduce alla domanda successiva: capire se la firma microbiologica della polvere scolastica abbia un significato autonomo per la salute respiratoria oppure sia la spia di condizioni indoor complessivamente meno favorevoli.

Settembre, la catena delle infezioni

C’è poi l’altra faccia dell’apertura dell’anno scolastico, quella che genitori e pediatri conoscono bene.

Con la ripresa delle lezioni bambini e adolescenti tornano a incontrare quotidianamente decine di coetanei. Aumentano i contatti ravvicinati e, quando un virus respiratorio circola nella comunità, aumentano anche le occasioni perché passi da una persona all’altra.

Quello che viene acquisito a scuola può quindi entrare in casa e raggiungere fratelli, genitori e nonni.

Qui i batteri studiati dall’Università di Ferrara non vengono chiamati in causa: parliamo di agenti infettivi trasmessi tra persone, non della componente batterica della polvere.

Tra i virus più solidamente associati alla ripresa scolastica di settembre c’è il rinovirus, una delle principali cause del comune raffreddore. Studi condotti in bambini in età prescolare e scolare hanno osservato un aumento delle infezioni delle alte vie respiratorie nelle settimane successive alla riapertura, con una presenza particolarmente rilevante proprio dei rinovirus.

Possono essere identificati anche adenovirus ed enterovirus. Influenza, virus respiratorio sinciziale, metapneumovirus e virus parainfluenzali fanno parte invece di un quadro stagionale più variabile: possono circolare nella popolazione pediatrica, ma non sarebbe corretto descriverli tutti come “virus tipici di settembre”. La loro attività cambia nel tempo e da una stagione all’altra.

La scena familiare del bambino che torna da scuola raffreddato e, pochi giorni dopo, contagia un genitore o un fratello non ha dunque bisogno di un misterioso “virus del rientro”: basta la ripresa di una fitta rete di contatti che durante l’estate era stata in parte interrotta.

Quando l’aula torna a popolarsi

L’aria delle classi entra in questa storia da due porte differenti.

Da una parte c’è l’ambiente che esiste già nell’aula: polvere, particelle, microrganismi, umidità, caratteristiche dell’edificio. È qui che si colloca la ricerca di Ferrara.

Dall’altra ci sono le particelle respiratorie emesse dalle persone. Quando si introduce un soggetto infetto, possono verificarsi più passaggi dei virus, soprattutto negli ambienti chiusi e affollati. Un adeguato ricambio d’aria contribuisce a diluire queste particelle e rientra quindi nelle misure utili per ridurre l’esposizione.

Non significa trasformare le scuole in ambienti sterili.

Lo ha ricordato anche Alexander Möller, responsabile dell’Assembly pediatrica della European Respiratory Society, commentando la ricerca: non tutti i batteri sono nocivi. Il messaggio pratico è piuttosto quello di prestare attenzione alla qualità dell’aria indoor, alla ventilazione, all’umidità, alla pulizia e alla manutenzione degli edifici.

Quando una classe torna a popolarsi non riprendono soltanto lezioni, compiti e interrogazioni. Riparte un’intensa vita collettiva dentro uno spazio chiuso, con tutte le conseguenze del caso. La ricerca dell’Università di Ferrara non dimostra che i batteri della polvere facciano ammalare i bambini, ma in presenza di sintomi persistenti, difficoltà respiratoria o altre manifestazioni importanti è opportuno rivolgersi al pediatra o al medico di famiglia.

infografica scuole

Riferimenti bibliografici

  1. European Respiratory Society. Bacteria in classroom dust associated with reduced lung function in children. ERS Congress 2026. Barcelona; 6 Sep 2026.

  2. Khetsuriani N, Kazerouni NN, Erdman DD, Lu X, Redd SC, Anderson LJ, et al. Back-to-school upper respiratory infection in preschool and primary school-age children. Pediatr Infect Dis J. 2015;34(5):476-81. PMID: 25879647.

  3. World Health Organization. WHO guideline on public health and social measures for mitigating the risk and impact of epidemic and pandemic influenza. Environmental measures: ventilation. Geneva: WHO; 2026.