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I segreti del fenomeno Pogacar: la metabolomica e il biologo-allenatore che si definisce «architetto delle prestazioni»
SSport

I segreti del fenomeno Pogacar: la metabolomica e il biologo-allenatore che si definisce «architetto delle prestazioni»

  • 31 Dicembre 2025

di
Marco Bonarrigo

Spagnolo, 55 anni, Iñigo San Millán si definisce «architetto delle prestazioni per atleti e squadre d’élite». Ex allenatore personale di Pogi, è l’uomo che ha avvicinato il re del ciclismo alla metabolomica

Questo articolo è tratto da Pogacar, il re schivo. Vita, imprese e segreti
del Marziano del ciclismo
, la biografia del super campione del ciclismo scritta dal giornalista del Corriere Marco Bonarrigo e pubblicata da Solferino. 

Ci sono pochissime persone che conoscono i segreti di Tadej Pogacar, che sono segreti molto specifici, utilizzati per la prima volta nel ciclismo e ispirati a un campo di studio raramente frequentato nello sport ma molto in oncologia: la metabolomica, ovvero lo studio su larga scala dei metaboliti, dei prodotti, delle reazioni cellulari che si trovano in un sistema biologico per la ricerca di nuovi biomarcatori diagnostici o per individuare bersagli terapeutici. 



















































A cosa serva la metabolomica nel ciclismo lo capiremo più avanti, adesso dobbiamo capire chi abbia avvicinato Pogacar (e parte della sua fortissima squadra) a questa metodologia di ricerca e alla sua applicazione nell’allenamento. 

Il nostro uomo è un cinquantacinquenne spagnolo di origini basche e si chiama Iñigo San Millán. Nei suoi profili social, LinkedIn compreso, questo dottore in biologia si definisce con una certa compiacenza «architetto delle prestazioni per atleti e squadre d’élite, ricercatore nel campo della salute metabolica, dei mitocondri, del metabolismo del cancro e del lattato». E chiude la sua scheda spiegando che il suo compito è «cercare di ridefinire la salute umana», il che la dice lunga su quali siano l’ambizione e la considerazione personale che il Nostro ha di se stesso. 

Un po’ genio un po’ mistico

San Millán è quindi un biologo, lavora all’Università del Colorado ma ha uno o più studi nella sua Spagna e ha pubblicato articoli che spaziano dallo studio del metabolismo delle cellule cancerogene ai meccanismi di sviluppo del cancro al seno, dall’analisi della dinamica degli acidi grassi nei pazienti post Covid all’analisi delle prestazioni sportive. Insomma, roba seria, certificata da una sessantina di pubblicazioni su riviste quotate e in una porzione davvero ampia dello scibile umano. 

Un genio? Forse. Ma un po’ come accadeva con il celebre professor Francesco Conconi, che negli anni Ottanta e Novanta come attività principale insegnava e studiava come curare l’anemia mediterranea a Ferrara, anche in Iñigo San Millán si sviluppa una passione forsennata per lo sport (anche praticato) che lo spinge a collaborare con il Team Uae Emirates proponendosi come consulente scientifico e, almeno all’inizio dell’avventura di Pogacar, anche come suo allenatore personale, qualifica che compare tutt’ora sul sito del Team Uae Emirates anche se riferita a tutta la squadra.

Il team mantiene assoluto riserbo sui termini della collaborazione di San Millán che ufficialmente (e pare dopo qualche divergenza personale) non allena più direttamente lo sloveno da due stagioni (attualmente è seguito dallo spagnolo Javier Sola, un laureato in educazione fisica senza particolare curriculum che sul suo rapporto con Pogi mantiene strettissimo riserbo).

Il caso del monossido

Per capire in cosa consista il lavoro di San Millán bisogna rintracciare le sue almeno quindici pubblicazioni scientifiche di argomento ciclistico che – decodificate con attenzione vista la loro complessità – rivelano un approccio che si potrebbe definire tra l’innovativo e il mistico. Ma prima di cominciare occorre citare una polemica che ha investito Pogacar e la sua squadra (ma non solo) a metà del 2024, quando si è diffusa in modo impreciso la notizia che gli atleti emiratini inalassero monossido di carbonio (sostanza notoriamente tossica) per migliorare il trasporto cellulare dell’ossigeno e quindi le loro prestazioni. 

Dopo averne inizialmente negato l’uso, Pogi chiarì meglio con la stampa l’argomento che aveva scioccato l’opinione pubblica. «Si tratta di un test che effettuiamo durante i ritiri in quota per vedere come si reagisce all’altitudine» spiegò Tadej ai cronisti, «con un esame che dura due o tre minuti: si respira in un palloncino per un minuto e poi si misura la massa di emoglobina (la quantità media di emoglobina presente in ciascun globulo rosso, nda) e poi si ripete il tutto due settimane dopo. Non è che respiriamo i tubi di scappamento da un’automobile ogni giorno. È solo un test piuttosto semplice per vedere come si risponde all’allenamento in quota». 

La misura permette di capire se ci sono deficit di ferro, vitamine o eventuali malattie in corso. Dopo la diffusione della notizia (il test lo eseguiva tra gli altri anche la Visma del grande rivale di Pogacar, Jonas Vingegaard) l’Unione Ciclistica Internazionale (sempre due passi indietro all’attualità in situazioni come questa) emanò una normativa che limitava l’uso del monossido a test di breve durata e sotto stretto controllo medico, anche se l’idea che atleti potessero respirarne per tempi lunghi era semplicemente ridicola. L’uso della sostanza è stato poi vietato dall’Agenzia Mondiale Antidoping nell’ottobre 2025. 

Il test faceva piuttosto capire quanto maniacale fosse l’attenzione della squadra al dosaggio del lavoro in altura, chiave discriminante per il successo o il tonfo in un grande giro: se rimani troppo o troppo poco in quota, se ti alleni con eccessiva durezza o non recuperi, il tuo fisico può risentirne pesantemente e tu bruciarti una stagione. E l’esame del monossido (inalato in quantità infinitesimali), secondo alcuni fisiologi (non tutti a dire il vero, per altri è un inutile perdita di tempo), sarebbe utile per misurare con precisione gli effetti dell’altura. 

Chi è Iñigo San Millán

Ma veniamo a San Millán e al suo lavoro. Nel giugno del 2020, assieme a cinque collaboratori, il biologo pubblica sulla rivista Frontiers in Physiology un articolo intitolato «La Metabolomica della capacità di resistenza nei ciclisti di livello World Tour», mentre nel marzo del 2023 sulle pagine di Sports Medicine appare la ricerca «Elementi metabolici della prestazione in un gruppo di ciclisti maschi di altissimo livello della categoria World Tour».

Si tratta di studi sul campo, realizzati senza risparmio di mezzi su atleti che – sia pur «resi anonimi per tutelarne la privacy» – non è difficile individuare come membri del Team Emirates. Entrare nei dettagli delle ricerche è un lavoro da esperti, ma il metodo è decodificabile con facilità: ripetuti prelievi di sangue (poi disseccato per motivi di praticità e spedito ai laboratori di analisi) prima di allenamenti e gare per «definire i segnali metabolici e gli intervalli di variazione dello sforzo anaerobico o aerobico dei profili ematici di lattato, acidi carbossilici, acidi grassi e acilcarnitine». 

Insomma, una radiografia in movimento delle cellule di un ciclista durante uno sforzo che ha permesso di «tracciare una visione unica delle alterazioni del metaboloma ematico degli atleti d’élite durante le competizioni e al culmine delle loro capacità prestazionali». Questi profili, spiega Iñigo San Millán, «offrono una panoramica sulla bioenergetica e sulla fisiologia metabolica delle prestazioni umane ottimali. Sebbene il presente studio sia limitato all’integrazione di profili metabolomici e lipidomici, studi futuri riguarderanno le applicazioni della caratterizzazione molecolare ortogonale di campioni ottenuti da spruzzi di sangue essiccato, come la proteomica». 

Che cos’è la proteomica

La proteomica, per i non addetti ai lavori, è una sorta di analisi diretta della cellula che può essere usata per diagnosi anticipate di affaticamento muscolare o infortuni, per una personalizzazione degli allenamenti incrociando i dati con il profilo genetico dell’atleta e lo sviluppo di programmi di allenamento personalizzati, identificando le aree di miglioramento. 

Ad esempio, se il profilo di un ciclista indica una carenza di proteine coinvolte nel metabolismo energetico, è possibile sviluppare un programma di allenamento e alimentazione mirato a quelle aree. Insomma, una rivoluzione sul piano teorico (è come se i mitocondri potessero essere plasmati con precisione dall’esterno per diventare più efficienti) della cui applicazione pratica San Millán e i suoi si guardano bene dal fornire dettagli. 

Quello che è certo è che dietro allenamenti, piani di alimentazione e di recupero di Tadej Pogacar c’è un lavoro meticoloso sul suo organismo che permette di dosare in modo precisissimo quantità e quantità di sforzi alle varie intensità, integrazione, alimentazione. 

Pogacar è la migliore delle macchine di F1 mai apparsa su un circuito ciclistico, gli ingegneri che siedono al «muretto» dei box per gestirlo sono di livello assoluto, anche se molti loro colleghi guardano con diffidenza alla natura di queste ricerche ipotizzando che dietro le prestazioni di Pogacar ci siano solo Pogacar e il suo smisurato talento e che il resto sia fumo negli occhi.

La sua qualità extra, quella che gli permette di resistere a una routine di grande stress psicologico come questa, è la capacità di far «galleggiare» il cervello e respingere ogni forma di stress anche di fronte a impegni di impressionante pesantezza.

La biografia

Marco Bonarrigo, che da anni segue il ciclismo per il Corriere della Sera, ha scritto la prima biografia di Tadej Pogacar intervistando i famigliari e chi ha lavorato con lui, ricostruendo le grandi tappe e i momenti sconosciuti della carriera del fenomeno delle due ruote (ed. Solferino, 16,50 euro). 

31 dicembre 2025 ( modifica il 31 dicembre 2025 | 12:28)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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