di Chiara Amati

Pietro Blumetti (Fisi) ha affiancato la sciatrice valdostana dopo la frattura, trasformando l’alimentazione in uno strumento chiave per il recupero

«Quella messa a punto per Federica Brignone dopo il suo ultimo infortunio non è una dieta, ma una terapia nel piatto. Chiamiamola bio-ingegneria culinaria. Ogni boccone è un messaggio biochimico al corpo».

Pietro Blumetti, biologo nutrizionista della FISI – Federazione Italiana Sport Invernali, ha seguito il percorso alimentare della campionessa valdostana nel progetto di recupero «Return to Play», a seguito della gravissima frattura di tibia e perone della gamba sinistra occorsale nell’aprile 2025. Un lavoro che ha trasformato il cibo in terapia, calibrando ogni fase della guarigione con strategie nutrizionali mirate.



















































Blumetti, cosa significa «bio-ingegneria culinaria»?
«Vuol dire costruire un piatto con lo stesso rigore con cui si imposta un protocollo clinico. Non si tratta di togliere, ma di combinare gli alimenti in modo funzionale: scegliere ingredienti e proporzioni capaci di modulare i processi infiammatori, sostenere la ricostruzione ossea e favorire l’assimilazione dei nutrienti. In questo senso, qualità delle materie prime e varietà alimentare si sono rivelati strumenti terapeutici concreti, oltre che scelte gastronomiche».

Come avete lavorato nella fase iniziale, quella più delicata?
«Nelle prime settimane dopo la caduta dovevamo “spegnere il fuoco”. Abbiamo puntato su alimenti naturalmente antinfiammatori e ricchi di antiossidanti. La strategia era semplice: cercare di ridurre e, via via, spegnere l’infiammazione senza farmaci. Abbiamo proposto colazioni nutrienti e funzionali: budino di semi di chia con latte di cocco e lamponi, oppure uova strapazzate alla curcuma con kiwi e mandorle. Un mix potente per stimolare la guarigione fin dal mattino».

Pranzo e cena?
«Pesce azzurro, omega-3, insalatone con rucola, sgombro, arancia e finocchi, oppure salmone selvaggio al vapore con quinoa. Anche le spezie — pepe nero e curcuma — sono state scelte con uno scopo preciso, quello cioè di sfiammare, garantendo il gusto».

Quanto conta l’alimentazione nel processo di ricostruzione ossea?
«Molto. Al momento di riconsolidare l’osso, la dieta è cambiata. A Federica abbiamo suggerito cibi che fornissero “calcina”, ricchi cioè di calcio, magnesio e silicio. Le colazioni si sono fatte più strutturate. Abbiamo realizzato le “Skyr Bowl” con semi di zucca, girasole e fichi freschi. In tavola anche del pane di segale tostato con ricotta fresca e pistacchi. La varietà è stata la chiave per non annoiare il palato e garantire tutti i micronutrienti: dai burger di lenticchie fatti in casa, serviti con peperoni al forno, alla pasta integrale con un pesto di rucola e mandorle genuino. Piatti complessi, appaganti, ricchi di verdure a foglia verde e cereali antichi come l’orzo e il farro, scelti apposta per il loro apporto di silicio e minerali strutturali».

Siete intervenuti anche sull’intestino?
«Certo. La cura del microbiota si è rivelata propedeutica all’assimilazione».

Cosa significa?
«Partendo dal presupposto che “non siamo solo ciò che mangiamo, ma ciò che assimiliamo”, abbiamo agito in modo mirato sulla salute intestinale, snodo dell’assimilazione dei nutrienti. Obiettivo? Garantire che l’elevato apporto di calcio e degli altri elementi necessari arrivasse effettivamente ai tessuti. Nel menu quotidiano sono stati inseriti alimenti fermentati e ricchi di fermenti attivi: yogurt greco, presente sempre, e kefir per il suo profilo probiotico». 

Le fibre?
«Per lo più prebiotiche provenienti da avena, legumi e cereali integrali. In aggiunta anche nutrienti specifici come la glutammina così da supportare l’integrità della barriera intestinale. Un intestino in equilibrio favorisce una riduzione più rapida dei processi infiammatori sistemici e un utilizzo più efficiente dei nutrienti introdotti con l’alimentazione».

Cosa è successo quando Federica è tornata in palestra?
«Il menu si è arricchito per aiutarla ad affrontare la fatica. È qui che sono rientrati i carboidrati complessi “da prestazione”: patate dolci al forno, pasta integrale al ragù di pollo e frullati energetici con banana e burro d’arachidi».

È vero che il gelato era consentito?
«Corretto. Federica lo ama. Quindi, anziché eliminarlo, lo abbiamo inserito con criterio nel percorso alimentare. Non una eccezione, ma parte di una gestione sostenibile della dieta. Questa scelta ha avuto un doppio effetto: da un lato ha contribuito a mantenere un buon rapporto con il cibo, evitando rigidità eccessive; dall’altro ha garantito un introito energetico utile nei periodi di maggiore dispendio. Un approccio che dimostra come un percorso di recupero possa includere flessibilità, senza rinunciare agli obiettivi».

Integratori?
«A supporto di questa architettura alimentare è stata inserita una integrazione mirata ed essenziale, gestita con precisione così da coprire i fabbisogni aumentati di vitamine e nutrienti specifici per i tessuti. Mi preme sottolineare però che l’integrazione non si è mai sostituita al vero protagonista: il cibo sano, cucinato con cura».

Oggi Brignone come sta?
«Non vorrei tirare la gufata. Posso, però, dire che ha ricostruito il suo corpo cellula dopo cellula, dimostrando che per vincere in pista bisogna prima sedersi a tavola, con gusto e consapevolezza».

7 febbraio 2026 ( modifica il 7 febbraio 2026 | 08:51)