di Valter Longo
Tra gli anziani di peso normale, la sopravvivenza dei pesco-vegetariani si avvicina a quella degli onnivori
Oltre dieci anni fa, il mio laboratorio ha pubblicato i risultati di uno studio riguardo il consumo di alte dosi di proteine, particolarmente quelle di origine animale, negli Stati Uniti: era associato a un forte aumento della mortalità per tutte le cause, soprattutto per cancro, in confronto a quella parte della popolazione che mangiava poche proteine.
In ogni caso, questo effetto spariva nelle persone anziane, cioè una persona di 75 anni che mangiava poche proteine non viveva in media di più e forse viveva di meno di chi ne faceva un consumo almeno moderato. In un programma televisivo americano, un medico-giornalista, mentre stava commentando il nostro studio, ha detto: «Basse proteine nelle persone di mezza età, più alte in quelle anziane? Sono confuso!».
Entro 24 ore, sul sito di quel canale televisivo e su molti altri siti, c’erano migliaia di commenti, quasi tutti negativi, contro di noi. Le persone che mangiavano carne erano arrabbiate perché pensavano volessimo levargliela, mentre i vegani erano contrariati perché credevano che stessimo concludendo che gli anziani dovessero mangiare carne per vivere a lungo. Nessuno era contento perché i dati suggerivano una complessità inaspettata. È quindi possibile che solo dopo una certa età la carne abbia un effetto protettivo perché aiuta a prevenire la fragilità?
Molti lettori di questo articolo si identificheranno col gruppo degli scettici, che siano vegani o persone che mangiano carne, o con quello dei professionisti confusi. Tuttavia, per la nostra salute, è necessario affrontare questa complessità aiutati da nutrizionisti o medici esperti in nutrizione. Infatti, uno studio appena pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition, conferma l’importanza di adattare la composizione della dieta a diverse fasi della vita, dopo aver studiato la probabilità di 5.203 persone ultraottantenni di arrivare a 100 anni.
I partecipanti sono stati divisi in gruppi: onnivori e vegetariani e poi in sottocategorie di pesco-vegetariani (+ pesce), ovo-latto-vegetariani (+ uova e latticini) e vegani. In confronto agli onnivori, i vegetariani avevano una probabilità di raggiungere i 100 anni ridotta di circa il 20% e i vegani di circa il 30%. Al contrario, le persone vegetariane che mangiavano anche pesce o uova e latte avevano una probabilità di arrivarci simile a quella degli onnivori.
Quel medico della televisione americana avrebbe detto che tutto questo è già veramente molto complicato. Ma la storia diventa ancor più complessa perché, quando gli ultraottantenni studiati sono stati divisi in base al peso, solo i vegetariani sottopeso (BMI meno di 18.5) avevano una possibilità ridotta di arrivare a 100 anni, mentre quelli con peso normale no. È interessante però notare che i vegani di peso normale avevano una probabilità di raggiungere i 100 anni inferiore del 25%, anche se questa riduzione non era statisticamente significativa, cioè dovrebbe essere confermata o meno da studi più ampi.
Tra gli anziani di peso normale, quelli la cui sopravvivenza si avvicinava di più a quella degli onnivori erano i pesco-vegetariani. Inoltre, il consumo giornaliero di verdure, ma non quello di frutta, era l’unico fattore associato a una probabilità di successo doppia nel diventare centenario.
Questi dati confermano, quindi, le raccomandazioni della Dieta della Longevità che suggerisce come, dopo i 65-70 anni, una dieta onnivora o pesco-vegetariana sana con alto consumo di verdure sia ideale, ma che anche una dieta vegetariana può andare bene, se la persona mantiene un peso normale e sta attenta a consumare una quantità sufficiente ma non eccessiva di proteine.
16 marzo 2026
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