Con l’età è comune addormentarsi prima, svegliarsi più spesso e distribuire diversamente il riposo nelle 24 ore. Ma attribuire ogni cambiamento agli anni che passano può essere fuorviante. Negli ultraottantenni, infatti, ciò che sembra più informativo non è una singola notte difficile, bensì una trasformazione persistente del rapporto tra sonno notturno, sonnellini e attività diurna. È il messaggio di uno studio pubblicato il 28 luglio 2026 su Communications Medicine, che ha esaminato una fascia d’età ancora poco rappresentata nella ricerca sul sonno. Le indicazioni generali restano valide: anche gli anziani hanno bisogno in media di circa sette-nove ore di sonno, sebbene malattie, farmaci e disturbi specifici possano modificarne quantità e qualità.

I ricercatori hanno analizzato 704 donne che vivevano autonomamente nella comunità, con un’età media di 82,9 anni all’inizio dell’osservazione. Il sonno non è stato ricostruito soltanto attraverso ricordi o questionari: le partecipanti hanno indossato al polso un actigrafo per quattro notti e cinque giorni, ripetendo la misurazione circa cinque anni dopo. Sono stati valutati durata ed efficienza del sonno notturno, tempo trascorso sveglie dopo l’addormentamento, durata e frequenza dei sonnellini e diversi parametri del ritmo circadiano. Dall’insieme dei dati sono emersi tre profili: sonno sostanzialmente stabile, peggioramento del sonno notturno e aumento della sonnolenza nell’intero arco delle 24 ore. Quest’ultimo profilo non significava soltanto dormire di più di giorno, ma combinava sonnellini crescenti, maggiore tempo di sonno complessivo e un ritmo attività-riposo meno robusto.

Dopo la seconda rilevazione, le donne sono state seguite per una mediana di 2,1 anni: 90 sono morte, 35 per cause cardiovascolari. Rispetto al gruppo con sonno stabile, chi mostrava un calo del sonno notturno presentava un tasso di mortalità generale circa doppio, con un hazard ratio di 2,16; un valore simile, 2,09, è stato osservato nel gruppo con crescente sonnolenza nelle 24 ore. L’aumento marcato della durata dei sonnellini era associato a un rischio più che doppio di morte per qualsiasi causa e quasi triplo di morte cardiovascolare. Anche la forte riduzione del sonno notturno risultava legata a una mortalità cardiovascolare più elevata. I risultati sono rimasti rilevanti dopo aver considerato età, istruzione, indice di massa corporea, diabete, ipertensione, precedente infarto, uso di antidepressivi, autonomia, salute percepita e funzione cognitiva. Le stime cardiovascolari presentano però intervalli di confidenza ampi, segnale di una considerevole incertezza dovuta al numero limitato di eventi.

Il punto decisivo è proprio questo. Lo studio non dimostra che i sonnellini o il sonno più breve provochino direttamente la morte; potrebbero invece essere la spia di un organismo che sta cambiando. Apnea ostruttiva, patologie sottostanti, depressione, riduzione dell’attività fisica e alcuni farmaci possono aumentare stanchezza e sonnolenza. Inoltre, il campione comprendeva soltanto donne bianche, il controllo successivo è stato relativamente breve e non è stata eseguita una polisonnografia capace di identificarne l’apnea del sonno. Il risultato, quindi, non è un invito a vietare il riposo pomeridiano né a inseguire rigidamente un numero di ore. È piuttosto un suggerimento pratico: se dopo gli 80 anni una persona comincia progressivamente a dormire molto più di giorno, molto meno di notte o a perdere il consueto ritmo sonno-veglia, il cambiamento merita di essere riferito al medico, soprattutto in presenza di russamento intenso, pause respiratorie, calo della memoria, umore depresso o peggioramento dell’autonomia.

Leng Y, Milton S, Yaffe K, et al. Multidimensional sleep-wake changes and risk of all-cause and cardiovascular disease mortality in oldest-old women. Communications Medicine. Pubblicato il 28 luglio 2026. DOI: 10.1038/s43856-026-01789-y.

Link alla pubblicazione