La spiaggia ha due vite: quella luminosa, tutta castelli, asciugamani e panini mangiati con una certa disinvoltura; e quella invisibile, assai più affollata, che comincia tra un granello e l’altro. Ci camminiamo scalzi, vi affondiamo le mani, lasciamo che i bambini si facciano seppellire fino al collo. Ma la sabbia non è una distesa sterile: è un ecosistema vivo, alimentato dall’acqua, dagli animali, dall’ambiente naturale e, naturalmente, da noi.
A ricordarcelo è la revisione pubblicata nel 2025 da Nicola King e Margaret Leonard. Il quadro che ne esce è quello di un habitat capace non soltanto di ricevere microrganismi, ma, in determinate condizioni, anche di trattenerli: l’umidità, la materia organica e i microscopici biofilm possono favorirne la persistenza. Intanto scarichi, acque meteoriche, uccelli, cani e altri animali provvedono agli arrivi, con l’efficienza di un servizio di consegne del quale avremmo volentieri fatto a meno.
Ma vediamo chi abita questa città in miniatura. Nella sabbia sono stati rilevati batteri di origine fecale e non fecale, virus, funghi, protozoi e parassiti. Fra i nomi che balzano all’occhio compaiono Escherichia coli ed enterococchi, impiegati soprattutto come indicatori di contaminazione fecale; e poi Staphylococcus aureus, Pseudomonas, specie di Vibrio, Salmonella e Campylobacter. Non mancano virus enterici e adenovirus, protozoi come Giardia e Cryptosporidium, funghi dermatofiti e diversi parassiti. Una parata poco rassicurante, almeno sulla carta.
Eppure l’elenco non deve trasformarsi in un bollettino d’allarme. Rilevare un microrganismo non significa automaticamente trovarlo in quantità sufficienti a provocare una malattia; allo stesso modo, E. coli ed enterococchi segnalano la possibile impronta di una contaminazione fecale, ma non dimostrano da soli la presenza di un patogeno capace di infettare. Presenza non equivale a pericolo misurabile. È questa la distinzione decisiva, meno spettacolare dei nomi latini ma assai più utile per chi vuole capire il rischio reale.
Il contatto, comunque, c’è ed è facilissimo: la sabbia invade le mani, si sistema sotto le unghie, aderisce alla pelle, entra nei giochi e negli oggetti; può essere ingerita accidentalmente — soprattutto dai bambini — oppure sollevata e inalata. Le ricerche epidemiologiche hanno registrato associazioni che meritano attenzione. In uno studio condotto su oltre 27 mila frequentatori di sette spiagge statunitensi, scavare nella sabbia risultò collegato a un modesto aumento dei disturbi gastrointestinali e della diarrea; l’associazione appariva un po’ più forte fra coloro che si facevano seppellire. Il castello, a quanto pare, è meno impegnativo del sarcofago balneare.
Un’indagine successiva osservò rischi maggiori quando il contatto avveniva in sabbia con concentrazioni elevate di enterococchi. Ma da dove è arrivata davvero l’esposizione? Qui il terreno scientifico diventa scivoloso: chi scava, gioca o si sdraia sulla battigia spesso entra anche in acqua, e separare con certezza l’effetto della sabbia da quello del bagno è metodologicamente difficile. La revisione di King e Leonard insiste proprio su questa cautela: le prove consentono di affermare che la sabbia può contenere microrganismi potenzialmente patogeni e rappresentare una possibile via di esposizione; non permettono ancora di convertire il semplice ritrovamento di un microbo in una probabilità precisa di ammalarsi.
Anche l’Organizzazione mondiale della sanità include la sabbia nelle strategie dedicate alla sicurezza delle acque ricreative e raccomanda di considerarla quando si valutano le possibili fonti di contaminazione. Non occorre, però, trasformare la borsa da mare in un laboratorio: lavate bene le mani prima di mangiare e limitate il passaggio della sabbia dalle dita alla bocca, con particolare attenzione ai bambini. Precauzioni semplici, ragionevoli, senza isterie.
La sabbia, dunque, non è “sporca” per definizione e neppure innocente per decreto. È un ambiente naturale, poroso e mutevole, la cui qualità dipende anche da ciò che vi arriva. Continueremo a camminarci, costruirci castelli e sdraiarci al sole; soltanto, prima del panino, sarà bene interrompere per un momento il rito balneare e lavarsi le mani. La vita invisibile della spiaggia può restare dov’è.

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King N, Leonard M. A Review of the Human Health Risks from Microbial Hazards in Recreational Beach Sand. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2025;22(10):1537. Pubblicato l’8 ottobre 2025. doi:10.3390/ijerph22101537.

