Due persone possono portare in tavola più o meno gli stessi alimenti e, tuttavia, assorbire quantità assai diverse di colesterolo. La spiegazione non si trova soltanto nel piatto: una parte potrebbe essere scritta nei geni. È quanto suggerisce uno studio pubblicato il 16 agosto su Nutrients, che ha individuato alcune varianti genetiche associate ai meccanismi con cui l’intestino lascia passare — oppure respinge — gli steroli.

Quando il colesterolo raggiunge l’intestino, proveniente sia dagli alimenti sia dalla bile prodotta dal nostro organismo, non viene infatti accolto senza condizioni. Una quota attraversa la parete intestinale; un’altra viene ricacciata nel lume, cioè nello spazio interno dell’intestino, e poi eliminata; nel frattempo il fegato continua a fabbricarne autonomamente. Ne deriva un equilibrio personale e sorprendentemente variabile: in una popolazione statunitense di mezza età, l’efficienza dell’assorbimento oscillava dal 29 all’80%, con una media vicina al 56%.

Ma quanto pesa il patrimonio genetico in questa notevole differenza? Per scoprirlo, i ricercatori hanno esaminato il DNA di 398 persone sane di origine europea mediante un GWAS (Genome-Wide Association Study), vale a dire un’analisi estesa all’intero genoma che confronta un gran numero di varianti per individuare quelle associate a una determinata caratteristica. Superati i controlli di qualità, sono rimaste 166.037 varianti comuni. Una massa di minuscoli cambiamenti da setacciare, come si farebbe con altrettanti interruttori per capire quali contribuiscano davvero ad accendere o spegnere una funzione biologica.

Gli studiosi, precisiamo, non hanno misurato direttamente i milligrammi di colesterolo assorbiti. Hanno adoperato i rapporti tra campesterolo o sitosterolo e colesterolo totale: indicatori utilizzati per stimare l’assorbimento intestinale degli steroli. Sono così emersi 16 SNP — polimorfismi a singolo nucleotide, cioè variazioni di una sola “lettera” del DNA — associati a tali marcatori; otto comparivano per entrambi, due superavano la severa soglia di significatività richiesta dagli studi sull’intero genoma e cinque associazioni non erano mai state collegate prima a questi indicatori.

Il risultato più interessante conduce ad ABCG8. Insieme al gene ABCG5, ABCG8 contribuisce a formare nelle cellule intestinali un apparato di espulsione: gli steroli penetrano nell’enterocita, la cellula che riveste l’intestino, ma una parte viene subito rimandata verso il lume anziché proseguire nell’organismo. Per intenderci, non si tratta di una porta che possa soltanto aprirsi o chiudersi, bensì di un varco munito di nastro di ritorno: alcune molecole avanzano, altre vengono rispedite indietro.

Tre varianti di ABCG8 — rs4299376, rs6544713 e rs4245791 — risultavano associate a valori più elevati di entrambi i marcatori. Il dato è biologicamente plausibile, tanto più che studi precedenti avevano già indicato questa regione genetica come uno dei centri importanti nella regolazione degli steroli. Ma attenzione: un’associazione non dimostra, da sola, che una singola variante provochi necessariamente un maggiore assorbimento in ogni persona. Il gene accompagna il fenomeno; non è ancora la prova definitiva della causa.

Ma non è tutto. Due varianti di CETP, gene noto soprattutto perché interviene nel trasferimento degli esteri del colesterolo fra le lipoproteine del sangue, erano associate a livelli più bassi dei marcatori; un altro segnale riguardava ADAM12, mentre ulteriori associazioni cadevano in regioni non codificanti del genoma, porzioni che non forniscono direttamente le istruzioni per costruire proteine. È questo il tratto più sconcertante e, insieme, più incerto del lavoro: alcune piste conducono verso meccanismi già riconoscibili, altre terminano per ora in zone delle quali resta da chiarire la funzione biologica.

La prudenza è dunque necessaria. Il campione è piccolo per gli standard di un GWAS e comprende esclusivamente persone di ascendenza europea; i risultati dovranno essere verificati in popolazioni più numerose e differenti. Né lo studio autorizza a concludere che la dieta sia inutile, o che occorra già oggi un esame del DNA per decidere che cosa mangiare.

La prospettiva, tuttavia, è notevole: il metabolismo del colesterolo appare sempre meno come una risposta identica per tutti e sempre più come l’esito di tre forze che agiscono insieme — alimentazione, produzione interna e patrimonio genetico. Se le associazioni saranno confermate, riconoscere chi assorbe più steroli e per quale ragione potrà rendere più precise le strategie nutrizionali e farmacologiche contro l’ipercolesterolemia. Per ora, il tornello intestinale ha mostrato alcuni dei suoi ingranaggi. Resta da stabilire quanto ciascuno di essi conti davvero.

Mokhtar F.B.A., Nuwaylati D.A., Plat J., Coort S.L.M., Popeijus H.E., Kleber M.E., Lütjohann D., Mensink R.P. Genome-Wide Association of Genetic Variants with Intestinal Cholesterol Absorption Markers in a European Population. Nutrients. 2026;18(16):2679. doi:10.3390/nu18162679.

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