Il digiuno intermittente non produce gli stessi effetti a 35 e a 80 anni. Una ricerca del Karolinska Institute invita a considerare con maggiore cautela le lunghe pause alimentari negli anziani: chi lasciava abitualmente trascorrere tra 14 e 24 ore tra due pasti accumulava malattie croniche più rapidamente rispetto a chi manteneva un intervallo massimo compreso tra 6 e 11 ore e mezza.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Internal Medicine, ha seguito per circa 15 anni 2.981 adulti di almeno 60 anni. L’associazione era particolarmente evidente dopo i 78 anni e riguardava il numero complessivo di patologie, soprattutto quelle cardiovascolari e neuropsichiatriche. Non è stata invece osservata la stessa relazione per le malattie muscoloscheletriche.

Il dato non dimostra che il digiuno faccia ammalare. Segnala però che nell’anziano una lunga pausa tra i pasti può assumere un significato molto diverso da quello attribuito alle diete di moda.

Nell’anziano il problema può essere mangiare troppo poco

Con l’età diminuiscono appetito, gusto, olfatto e sensazione di sete. Possono aggiungersi difficoltà nella masticazione e nella deglutizione, solitudine, depressione, farmaci, problemi economici e malattie che rendono faticosa la preparazione dei pasti.

Una finestra alimentare molto breve può quindi ridurre involontariamente calorie e proteine. Il rischio è favorire perdita di peso, sarcopenia e fragilità, tre condizioni capaci di diminuire autonomia e capacità di reagire a infezioni, ricoveri e interventi chirurgici.

Il muscolo anziano risponde inoltre agli aminoacidi con minore efficienza, fenomeno chiamato resistenza anabolica. Per stimolare la sintesi proteica può essere più utile distribuire una quantità adeguata di proteine in diversi pasti, anziché concentrarla tutta in poche ore.

Perché l’associazione è più forte dopo i 78 anni

Nella terza e quarta età diminuiscono le riserve fisiologiche. Un periodo senza cibo tollerato bene da una persona giovane può pesare maggiormente su chi assume molti farmaci, presenta diabete, insufficienza renale, malattie cardiache o un principio di deterioramento cognitivo.

Anche la gestione delle terapie può complicarsi. Insulina e alcuni ipoglicemizzanti, se non correttamente adattati, possono provocare ipoglicemia. Diuretici e caldo aumentano il rischio di disidratazione. Altri medicinali devono essere assunti durante o dopo i pasti.

Un’associazione, non una condanna del digiuno

I partecipanti non erano stati assegnati casualmente a digiunare. È possibile che le pause più lunghe fossero una conseguenza, e non una causa, della malattia: una persona fragile può saltare i pasti perché non ha fame o non riesce a cucinare.

Il lavoro non consente quindi di affermare che ogni pausa notturna di 12 o 14 ore sia pericolosa. Inoltre, il digiuno intermittente comprende protocolli molto diversi: dal semplice evitare gli spuntini serali fino a giornate intere con un apporto fortemente ridotto.

Il messaggio più corretto è che oltre i 60 anni, e soprattutto in presenza di fragilità, una dieta a tempo non dovrebbe essere iniziata copiando schemi trovati online. Prima di restringere la finestra alimentare occorre valutare peso, massa muscolare, stato nutrizionale, malattie e farmaci.

Per molti anziani la priorità non è mangiare in meno ore, ma assumere abbastanza proteine, fibre, liquidi e micronutrienti, preservando il piacere e la regolarità dei pasti.

Bibliografia essenziale

Carballo-Casla A et al. Studio sugli intervalli tra i pasti e l’accumulo di multimorbilità negli anziani. Journal of Internal Medicine, 2026. Karolinska Institutet

ESPEN. Practical guideline: Clinical nutrition and hydration in geriatrics. Clinical Nutrition, 2022.

Manoogian ENC et al. Time-restricted eating for metabolic disease. Endocrine Reviews, 2022.