di
Margherita De Bac

Maria Luisa Brandi: «Levi Montalcini era un’amica, mi diede il coraggio di fare ricerca. Vinsi il concorso e mi misero a curare le piante, una vergogna»

Il mondo accademico non è stato generoso con Maria Luisa Brandi, brillante scienziata, uno dei maggiori esperti al mondo di osteoporosi e malattie delle paratiroidi, le piccole ghiandole incaricate dalla meravigliosa macchina del corpo umano di controllare la quantità di calcio in sangue e ossa. «Ho sofferto molto, mi sono macerata e lacerata. Avevo crisi di disperazione immensa. Non ho mollato e oggi mi dico che ho fatto davvero bene a resistere. Forse meritavo di più, però sono contenta per come è andata», attribuisce il successo alla perseveranza giovanile questa endocrinologa di fama internazionale che ha aperto la strada a nuovi trattamenti e diagnosi. È «regina» degli ormoni calciotropi, sostanze che regolano tutte le funzioni dell’organismo e hanno come principale bersaglio le ossa. Parla molto con i pazienti, convinta che una cura non possa funzionare senza essere spiegata ben bene.

In una memoria che ha scritto per sé anni fa racconta delle ingiustizie subite. Voleva denunciarle?



















































«No, non volevo dimenticarle. Non sono stata la prima ad averle incassate e non sarò l’ultima. In Italia l’università funziona così».

Nata in provincia di Viterbo, fiorentina di adozione, figlia di una farmacista e un geometra, mamma di Brando, nonna di Nora che a 8 anni è un’arpista di talento, sposata in secondo nozze con Francesco Tonelli, noto chirurgo di Firenze. Che altro?

«Ho una sorella gemella, identica, Gemma. Che è sempre stata dominante e si capiva fin dal peso alla nascita, lei 4 chili io solo 3,5. All’epoca bimbe come noi facevano notizia, si giravano a guardarci. Mi iscrissi a medicina, lasciando a Gemma carta bianca sulla scelta della facoltà e lei optò per quella dove si studiava tanto. Quando mettemmo piede nell’androne dell’ateneo, lunghi capelli neri, vestite di un abito color canna da zucchero, non passammo inosservate. Finimmo di essere chiamate Maria Luisa e Gemma, e diventammo “le gemelle”».

La terza sorella, Cinzia, è giornalista. Gemma sarebbe diventata psichiatra. Maria Luisa non è stata da meno, laureata a 23 anni nel 1977, sfilza di 30 e lode.

«Presentai una tesi sperimentale in medicina di lavoro che non mi interessava ma mi assicurava il massimo dei voti. Non ero un genio, no. Però studiavo tanto, secchiona, perfezionista. Volevo laurearmi in fretta per non pesare economicamente sui miei genitori».

Perché l’endocrinologia, la scienza che studia il « traffico» ormonale?

«Il mio percorso è stato illuminato da due sprazzi di luce. Il corso di istologia, col professore Enrico Allara che bocciava tutti e mi diede un bel 30. Mi aprì la mente a discipline come la biologia della cellula, l’embriologia, la genetica. Poi studiando fisiologia scoprii il fascino dell’apparato endocrino, degli ormoni e dei loro recettori. Decisi di diventare ricercatrice in questa branca della medicina per studiare il metabolismo dei minerali».

Entra alla scuola di specializzazione e commette il primo errore.

«Già, superai il candidato che sarebbe dovuto entrare per decisione superiore. Tolsi il posto a un uomo. Il direttore della scuola se la legò al dito. Furono 3 anni difficilissimi, governati dalle regole scellerate del mondo accademico. Ovviamente la strada della ricerca diventò una salita».

Sua madre, vedendola senza numi tutelari, scrisse a Rita Levi Montalcini, pregandola di incontrare le sue due gemelle.

«Andai a trovarla nella casa di Villa Massimo a Roma. Forse la colpì che fossi una gemella come lei. Cominciai a frequentarla, conobbi almeno sette Nobel in quel periodo. Maria Luisa, devi andare negli Stati Uniti, che stai a fare qui, mi incitava Rita che aveva preso a cuore il mio desiderio di fare ricerca. Diventammo amiche. È stata per me una grande ispiratrice e mi ha dato coraggio aiutandomi a entrare in un laboratorio di Firenze dove appresi le tecniche di biologia cellulare. Conservo gelosamente le sue lettere».

Dopo qualche anno partì per Bethesda nel Maryland, sede del National Institutes of Health, destinazione il centro di Gerald Aurbach, detto Jerry, scienziato e endocrinologo famoso, autore di scoperte incredibili nel campo del metabolismo dei minerali e dello scheletro. Le offrirono una posizione permanente al National Institutes of Health. Al Campus faceva colazione con i premi Nobel. Un sogno. Come mai tornò in Italia?

«In effetti mi ero perfettamente integrata nel mondo statunitense, dopo quattro anni con Jerry avevo un nome riconosciuto a livello internazionale. Firenze però mi restava impressa nel cuore. Il problema dell’Italia non è la fuga dei cervelli ma le condizioni alle quali ritornano. Nell’88 mi ritrovai invischiata nelle faide del mondo endocrinologico di questo Paese. Mi rassegnai a ricoprire il ruolo di tecnico laureato in attesa del bando per professore associato. Ero già mamma di Brando, nato a Washington nell’87. Per seguirlo al meglio lontana da casa mi portavo le tate dall’Italia».

Torna con un curriculum straordinario, ma senza padrini. Nel frattempo mette a punto nell’89 per la prima volta in Italia un test genetico per pazienti con neoplasie endocrine multiple. Non bastò.

«Il concorso a professore ordinario arrivò nel 2000, bandito dalla facoltà di Agraria, non di medicina, noti bene. Lo vinsi. Mi sistemarono laddove non avrei potuto dare fastidio, a curare piante e non persone. Una vergogna di cui ancora si parla. Dopo un anno e mezzo passai a Medicina. Non mi ero data per vinta, volevo arrivare alla fine del percorso. Ce l’ho fatta, ho costruito a Firenze un centro riconosciuto per l’eccellenza clinica e di ricerca nel campo delle malattie del metabolismo minerale e osseo, riproducendo il modello americano».

Cosa vede, se guarda indietro?

«Rifarei tutto. Gli ostacoli mi hanno fortificata. Provo compassione per i nemici».

Da uno a 10, che voto assegna agli italiani in attenzione per la salute delle ossa?

«Li promuovo con una sufficienza scarsa».

«Non rispettano le tre regole di base. Costruisci, mantieni, ripara».

«Poco si fa per costruire e raggiungere l’ottimale massa scheletrica, mancano campagne di informazione per infanzia e adolescenza. Fino a 25 anni la solidità dello scheletro va edificata con stili di vita corretti. Il primo strumento è il calcio che deve essere introdotto con l’alimentazione nell’intero arco della vita, fin dalla nascita. L’esposizione alla luce del sole è fondamentale, almeno mezz’ora al giorno su testa, collo e braccia, in ogni stagione. I raggi stimolano la produzione di vitamina D, un ormone naturale che permette l’assorbimento di calcio e fosfato. Terzo comandamento, attività fisica regolare».

«Almeno tre volte a settimana, con pesi leggeri».

«Ogni giorno una tazza di latte, 30 grammi di formaggio stagionato, almeno un litro e mezzo di acqua ricca di calcio e sei a posto. Ricordarsi questa dieta a ogni età. Poco si fa per mantenere lo scheletro sano. Raramente ci si preoccupa della fragilità ossea nell’adulto. Oggi le donne si fratturano in gravidanza e non viene fatta diagnosi».

Quando bisogna sospettare che una frattura sia dovuta all’osteoporosi, cioè alla fragilità ossea?

«In assenza di traumi è probabile si tratti di questo. Ci alziamo dalla sedia e sentiamo un crac? Ecco…».

Quanto spesso bisogna fare la Moc, l’esame radiologico che misura la quantità di calcio e altri minerali nelle ossa?

«Ogni anno, anno e mezzo. Dopo la menopausa sarebbe consigliabile ma il servizio sanitario non ne rimborsa il costo a meno che siano presenti condizioni di rischio. La diagnosi di fragilità delle ossa viene fatta purtroppo al 20% dei pazienti che dovrebbero riceverla. E solo un quarto è trattato con farmaci che preverrebbero nel 70% dei casi successive fratture».

10 settembre 2026 ( modifica il 10 settembre 2026 | 08:50)