di Anna Fregonara
Come funziona il «biohacking»? I consigli degli esperti su cosa si può fare per allungare la vita, senza rischiare effetti collaterali
Ripubblichiamo l’articolo di Anna Fregonara sulla rincorsa della longevità che diventa ossessione, già pubblicato su 7 a febbraio. Il fondatore del movimento Don’t Die Bryan Johnson ha annunciato di avere una malattia rara: «Il mio stomaco si sta divorando da solo» ha scritto sui suoi social
La cultura del benessere sembra essere diventata oggi il principio organizzativo centrale delle nostre vite, un ruolo che un tempo spettava forse più propriamente alla religione. La cura del corpo, l’ossessione per la salute, la misurazione tecnologica costante dei parametri biologici tramite anelli, smartwatch o sensori glicemici rispondono all’idea che raccogliere sempre più dati su di sé possa condurre, quasi per automatismo, a una forma di “perfezione personale”.
Tutto concorre a costruire una nuova liturgia secolare, definita biohacking. È un concetto che si è fatto spazio negli ultimi dieci anni, nella convinzione che potenziare le capacità del corpo umano sia possibile. Da allora il biohacking è passato dalla sperimentazione personale radicale ai palchi TED fino ai prodotti di uso quotidiano. L’idea di fondo è di “hackerare” il proprio stile di vita per aumentare le prestazioni mentali e fisiche, migliorare la produttività, mantenere la mente lucida e ridurre al minimo i cali di rendimento. In una parola sola: ottimizzazione.
A seconda dei forum o delle comunità di riferimento, il biohacking può includere quasi qualsiasi pratica: dalle diete iper controllate alla riorganizzazione dei ritmi di lavoro, dall’attività fisica intensa ai bagni di ghiaccio, dalle saune a infrarossi alla sospensione a testa in giù per stimolare il flusso sanguigno nella convinzione di “dopare” il cervello nutrendolo meglio. In alcuni casi si arriva al monitoraggio ossessivo di ogni elemento che entra ed esce dal corpo, un’ansia che può assumere tratti quasi patologici.

«All’inizio, il biohacking indicava soprattutto interventi sul corpo come l’inserimento di microchip sottopelle o l’uso di tecnologie per potenziare le capacità fisiche e sensoriali, cercando una fusione tra corpo umano e dispositivi digitali», sostiene Timothy Caulfield, professore di Diritto e Scienze della salute e direttore di ricerca presso l’Health Law Institute dell’Università di Alberta (Canada).
Da anni, con il suo team, Caulfield studia come salute e scienza vengono rappresentate nello spazio pubblico: dalle etichette dei prodotti alimentari alle forme più insidiose di disinformazione, alla promozione di teorie prive di basi scientifiche. «Oggi, invece, il termine si è ampliato, include ancora queste pratiche, ma comprende anche l’uso di tecniche, procedure o integratori pensati per ottimizzare sé stessi. I confini tra cultura del benessere, longevità e biohacking stanno a poco a poco sfumando».
Un recente studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association ha evidenziato un effetto paradossale legato all’uso dei dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute. La ricerca, che ha seguito per nove mesi un gruppo di 172 pazienti affetti da fibrillazione atriale (un battito cardiaco irregolare), ha osservato che se da un lato questi strumenti possono aiutare nella gestione quotidiana della patologia, dall’altro possono alimentare ansia e ipervigilanza, il che è dannoso per la malattia stessa che si sta curando. In particolare, tra le 83 persone che utilizzavano dispositivi indossabili per monitorare la propria condizione, è emersa una maggiore preoccupazione per i sintomi e per l’efficacia delle terapie. Circa una su cinque ha riferito livelli di «ansia intensa».
«La paura e l’incertezza possono spingere alcuni soggetti a sviluppare comportamenti di ipervigilanza/automonitoraggio nel tentativo di “controllare” o mitigare il disagio associato a una patologia o a un suo rischio», commenta Roberto Pedretti, professore associato di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’università di Milano Bicocca, direttore Unità operativa di Cardiologia, Ospedale di Erba (Como). «I dispositivi indossabili sono preziosi quando permettono di integrare informazioni oggettive con il quadro clinico, facilitando diagnosi precoci e personalizzazione delle terapie. Perdono, però, valore quando la raccolta dei dati diventa fine a sé stessa o non è inserita in un percorso sanitario finalizzato. Il confine tra utilità e mania dipende quindi dalla capacità di trasformare il dato in una decisione clinica significativa».
Attivare e silenziare i geni
Tra gli esempi di biohacking più popolari c’è il bagno freddo: molti riferiscono di trovarlo rinvigorente e questo effetto soggettivo non è irrilevante. Alcune ricerche suggeriscono che possa avere un impatto sul sistema immunitario, tuttavia si tratta ancora di dati iniziali. Non esistono al momento prove convincenti che dimostrino un effetto diretto sulla longevità. Ci sono però anche pratiche supportate da evidenze scientifiche.
«Nell’ambito del variegato biohacking un elemento positivo è l’attenzione non solo a che cosa mangiamo, ma a come i nutrienti interagiscono con la nostra biologia a livello molecolare e genetico», spiega Damiano Galimberti, dietologo e nutrizionista anti-age, fondatore della International Longevity Science Association (ILSA), professore a contratto di Medicina anti-aging, nutrigenomica ed epigenetica all’università di Catania.
«Un’alimentazione personalizzata sulla base del proprio DNA che mira a sfruttare la capacità di alcuni composti bioattivi presenti nei cibi di modulare l’espressione genica, così da attivare la trascrizione dei geni favorevoli alla salute e silenziare quelli potenzialmente dannosi. È il campo della nutrigenetica e della nutrigenomica, due discipline consolidate nell’ambito della medicina di precisione. All’interno di questo approccio si colloca anche il digiuno intermittente che prevede l’alternanza tra fasi di alimentazione e fasi di astinenza dal cibo. Seguito sotto supervisione medica, rappresenta una pratica scientificamente consolidata, a patto che venga calibrato sia sulla sua durata, sia nella scelta degli orari. Oltre alla regolazione del metabolismo energetico, il digiuno sembra stimolare processi cellulari come l’autofagia, il nostro “spazzino” interno che decompone e ricicla componenti cellulari danneggiati, e favorire l’attivazione delle sirtuine, proteine coinvolte in vie metaboliche associate alla salute e alla longevità».
Emblema del biohacking è, tra gli altri, Bryan Johnson, imprenditore americano di 48 anni, ex mormone, che nel 2013 ha venduto la sua società di pagamenti per 800 milioni di dollari. Da allora si dedica a tempo pieno alla sfida di invertire il processo di invecchiamento, al punto da guidare un movimento che ha chiamato Don’t Die (Non morire). Netflix gli ha dedicato un documentario e milioni di follower seguono con stupore, e talvolta con scetticismo, la meticolosità con cui affronta ogni giorno le sue rigide routine.
“HACHERARE” IL SONNO
Johnson è diventato uno dei volti più visibili di una delle fascinazioni più estreme iniziate nella Silicon Valley: il sogno transumanista di sconfiggere la morte o almeno di posticiparla all’infinito. Spende circa 250.000 dollari all’anno nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, investendo in terapie sperimentali, test genetici, farmaci, trapianti di plasma e protocolli alimentari restrittivi. La sua finestra alimentare, per esempio, è concentrata tra le 5 e le 12 del mattino.
«Il miglior investimento, quello che restituisce il rendimento più duraturo, è dato dalla conoscenza, non da comportamenti ossessivi né da un controllo sistematico del corpo», commenta Galimberti. Molte persone sono alla ricerca di qualcosa che renda il passare del tempo più gentile. Nonostante i limiti delle promesse miracolistiche, esiste un valore autentico nel desiderio di recuperare una forma di controllo sulla propria fisiologia: quello di aggiungere vita agli anni, più che anni alla vita. Come? Con piccoli biohack naturali, supportati dalla scienza. Uno di questi è il sonno. Dormire non richiede alcuno sforzo e non costa nulla, eppure le persone tendono a fare di tutto per non farlo abbastanza e vantarsene.
«Tra gli aspetti più utili del biohacking c’è la possibilità di monitorare (senza ansia) la qualità del sonno. Chi dorme poco, infatti, tende a invecchiare più in fretta. È durante le ore notturne che l’organismo attiva in modo più efficiente i processi di detossificazione, rigenerazione e rinnovamento cellulare, modulando al tempo stesso la produzione di numerose molecole ormonali, comprese quelle legate al metabolismo e alla regolazione dell’umore. Un sonno disturbato o insufficiente altera, tra le altre cose, l’equilibrio tra grelina e leptina, due ormoni che influenzano rispettivamente la sensazione di fame e quella di sazietà. Quando questo equilibrio si rompe, aumenta la probabilità di comportamenti alimentari disordinati», chiarisce Galimberti.
«Riservare l’ultima ora della giornata ad attività rilassanti, lontane dal lavoro e dagli schermi. Limitare caffeina, stimolanti e alcol e rispettare il più possibile il ritmo sonno-veglia. Un altro biohack è il movimento. Trovare un’attività fisica che piaccia, non serve inseguire le mode del momento. Il punto non è la performance, ma la costanza. Allenare anche il cervello, come il corpo anche la mente ha bisogno di esercizio continuo per restare attiva. Giochi di abilità, esercizi di memoria e concentrazione, attività creative come la musica, la pittura o la lettura stimolano le connessioni neurali e mantengono giovane la testa. Aiuta anche rompere la routine di tutti i giorni: cambiare strada per andare al lavoro, non sedersi sempre allo stesso posto, usare la mano non dominante per piccoli gesti, fare la doccia a occhi chiusi, mantenere l’equilibrio su una sola gamba mentre ci si lava i denti. Un biohack antico quanto l’uomo è, invece, mantenere legami sociali forti in quanto riduce lo stress, migliora l’umore e protegge dal declino cognitivo. La connessione sociale è un fattore protettivo alla pari di dieta e movimento. Altrettanto importante è avere uno scopo. Avere un ruolo attivo nella vita sociale e sentirsi parte di una comunità rafforza il senso di appartenenza, dando significato alla quotidianità. Infine, emozioniamoci, ridiamo, commuoviamoci, sorprendiamoci, ogni stato emotivo contribuisce a mantenere viva e plastica la nostra rete neuronale, rafforza il sistema immunitario e, secondo numerosi studi, incide anche sull’aspettativa di vita. Come il contatto con la natura per pochi minuti al giorno: riduce i livelli di cortisolo, abbassa la pressione e ci protegge dalle malattie e dal cattivo umore».
Integratori, nessuna magia
Gli integratori sono un altro esempio di biohacking molto comune. Secondo l’analisi di Grand View Research, il mercato globale degli integratori alimentari ha raggiunto nel 2024 un valore di 193 miliardi di dollari e potrebbe più che raddoppiare entro il 2033, arrivando a 415 miliardi. Una crescita trainata dalla crescente attenzione alla salute, dal cambiamento degli stili di vita e da un interesse sempre più diffuso per la medicina preventiva. «È fondamentale che siano prescritti da un medico aggiornato scientificamente, capace di valutare lo stato dell’organismo attraverso esami specifici, per poi definire, se necessario, una strategia personalizzata da monitorare nel tempo», raccomanda Galimberti. «L’approccio deve basarsi su dati scientifici solidi, non su promesse generaliste. Non esiste alcuna pillola né combinazione di sostanze che garantisca l’immortalità. La differenza la fanno la competenza medica e il rigore scientifico».
Quindi, facciamo nostro il motto di Dean Ornish, professore di Medicina clinica all’Università della California di San Francisco (UCSF) e fondatore del Preventive Medicine Research Institute: «Mangia bene, muoviti di più, stressati di meno, ama di più».Quasi tutti i sostenitori della longevità credono in almeno due cose che non possono ancora essere dimostrate: scopriremo presto il segreto della vita eterna e staremo meglio una volta che lo avremo fatto. Si vedrà. Forse, però, la consapevolezza della morte, per quanto difficile da accettare, ha un lato positivo: dare valore al tempo e alle scelte. L’idea dell’immortalità ridefinirebbe i confini dell’umano perché senza un destino comune verrebbero meno alcune basi fondamentali dell’empatia e della moralità che si fondano sul riconoscimento della nostra fragilità condivisa.
8 luglio 2026 ( modifica il 8 luglio 2026 | 18:24)
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