di
Maria Giovanna Faiella

Alcuni cibi, se contaminati da batteri o virus, possono avere conseguenze anche serie per i bambini piccoli. Di Stefano (Società italiana pediatria): «L’aumento del consumo di alimenti non trattati termicamente richiede maggiore consapevolezza, da parte dei genitori, sui rischi che corrono i figli»

Alcuni cibi, se contaminati da batteri o virus, possono avere conseguenze anche gravi per la salute dei bambini, persino causare il decesso come è purtroppo accaduto al piccolo Mattia Maestri morto a 13 anni, dopo 9 anni in coma, per aver mangiato formaggio a latte crudo contaminato da particolari ceppi di Escherichia coli che producono la tossina Shiga (STEC) e aver contratto la sindrome emolitico-uremica (SEU).
Ma, oltre al latte crudo e ai suoi derivati (formaggi, panna, burro, gelati ecc), quali sono gli alimenti più esposti a contaminazione che potrebbero essere potenzialmente pericolosi per i bambini? Perché i più piccoli sono maggiormente a rischio? E cosa fare per tutelarli
Lo abbiamo chiesto alla vicepresidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) Antonella Di Stefano, che dirige la Pediatria e il Pronto Soccorso Pediatrico dell’Azienda ospedaliera per l’emergenza (AOE) Cannizzaro di Catania.

Le insidie «nascoste» nel latte crudo e nei derivati

Va premesso che, in base agli studi scientifici, le insidie maggiori si possono nascondere nei prodotti lattiero-caseari a base di latte crudo, cioè ottenuti da latte che non ha subito un trattamento equivalente alla pastorizzazione (il latte pastorizzato è sottoposto a temperature di 72°C per 15 secondi oppure di 63°C per 30 minuti ndr).
«Nel latte crudo e nei prodotti realizzati a partire da questa materia prima ci possono essere potenziali microrganismi patogeni e, secondo gli studi, quello che più di frequente provoca malattia è l’Escherichia coli, esattamente il sottotipo E. coli O157:H7 – spiega la dottoressa Di Stefano – . Va precisato che Escherichia coli è un batterio che abbiamo tutti nel nostro intestino, fa parte della nostra flora batterica intestinale e spesso è innocuo o può provocare infezioni di lieve entità, per esempio nei bambini piccoli che indossano pannolini. Invece, alcuni ceppi sono più nocivi, in particolare il sottotipo E. coli O157:H7, batterio pericolosissimo anche perché agisce in maniera rapidissima, è associato alla Sindrome emolitico-uremica (SEU), e i bambini, che non hanno ancora un sistema immunitario ben sviluppato, sono più vulnerabili all’azione distruttiva della “tossina Shiga”».




















































Sintomi 

A quali sintomi prestare attenzione? «I sintomi possono essere variegati: dai disturbi a livello intestinale come mal di pancia o una diarrea lieve, a quelli più gravi come disidratazione, stato soporosodiarrea muco-emorragica cioè con presenza di muco e di sangue – spiega la vicepresidente della SIP – . In questi casi occorre individuare precocemente se il ceppo di E. coli coinvolto è quello produttore di Shiga-tossina per cercare di ridurre le complicanze gravi, tra cui la Sindrome emolitica-uremica (SEU) che si caratterizza soprattutto per una grave insufficienza renale (spesso richiede la dialisi), oltre che da anemia e piastrinopenia, ma può determinare anche danni permanenti a livello neurologico e, in alcuni casi più gravi, persino il decesso. La SEU – ricorda la pediatra – colpisce prevalentemente la popolazione pediatrica: a rischio sono soprattutto i bambini fino ai 10 anni e, ancora di più, quelli sotto i cinque anni». 

I casi di Sindrome emolitico-uremica in Italia 

I casi di SEU in Italia non sono per nulla trascurabili. In base ai recenti dati del Registro Italiano Sindrome Emolitico Uremica (SEU) che raccoglie informazioni sui casi di malattia che si verificano in Italia e fa capo alla Società Italiana di Nefrologia Pediatrica in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2025 si sono registrati 43 casi di SEU (0,61 casi per 100.000 residenti), con un picco nei mesi estivi: tutti in bambini e ragazzi sotto i 15 anni. Nel 2024 c’erano stati 57 casi, di cui il 94,7% sotto i 15 anni. 

Leggere sempre le etichette 

Nel 2025 il ministero della Salute ha pubblicato le «Linee guida per il controllo di STEC nel latte non pastorizzato e nei prodotti derivati» dando una serie di indicazioni per far sì che questi prodotti siano consumati in sicurezza; tra l’altro, i produttori di latte crudo devono informare i consumatori sulle corrette modalità di consumo del latte crudo, che prevedono la bollitura. Secondo le norme vigenti, per i prodotti confezionati, ottenuti a base di latte crudo, va segnalato nell’etichetta e, in caso di vendita al dettaglio di prodotti sfusi, su appositi cartelli ben visibili all’acquirente.   
Le linee guida del ministero raccomandano anche che, per quei prodotti per i quali «non ci sono garanzie di eliminazione del pericolo», la dicitura sull’etichetta o sul cartello debba riportare informazioni per le categorie più vulnerabili, per esempio: «Il consumo di questo prodotto non è consigliato per le categorie fragili (bambini, anziani, donne in gravidanza, persone immunodepresse)». Ma non sempre è così.
Innanzitutto, puntualizza la vicepresidente della Società italiana di pediatria, «occorre sempre leggere bene le etichette dei prodotti perché bisogna prestare attenzione a ciò che mangiano i bambini. Dato che negli ultimi anni c’è una tendenza a consumare alimenti poco trasformati o non sottoposti a trattamenti termici, come nel caso del settore lattiero-caseario, in quanto ritenuti capaci di apportare maggiori benefici nutrizionali e salutistici, è necessario che i genitori siano consapevoli dei potenziali rischi che possono correre i loro figli mangiando questi prodotti, e anche delle modalità per evitarli. Per questo, come Società scientifica, abbiamo chiesto di inserire un sistema di etichettatura più trasparente e una filiera controllata per garantire la sicurezza alimentare e proteggere i più vulnerabili, cioè i bambini piccoli e le persone immunodepresse – riferisce la dottoressa Di Stefano –. Non si tratta di “demonizzare” questi prodotti ma di far sì che siano date informazioni chiare alle famiglie, introducendo per esempio un’altra etichetta dove specificare che è meglio evitare di dare latte crudo (o derivati che lo contengono) ai bambini fino a 10 anni e alle persone immunodepresse perché potrebbe essere contaminato». 

Altri alimenti a rischio di infezione da Stec 

Il rischio da STEC (batteri Escherichia coli produttori di Shiga-tossina), però, non riguarda solo i prodotti a base di latte crudo. 
Quali sono gli alimenti più esposti a contaminazione che potrebbero essere rischiosi per i bambini?
«Occorre fare attenzione soprattutto alla carne cruda o poco cotta, per esempio agli hamburger che piacciono molto ai bambini: se sono arrostiti velocemente, la carne macinata all’interno può rimanere cruda, ma potrebbe essere contaminata – spiega la pediatra –. Inoltre, batteri di Escherichia coli (o altri) potrebbero annidarsi in frutta e verdure crude, che quindi vanno lavate bene prima di farle mangiare ai bambini, e nel pesce crudo che di solito, però, i bambini non gradiscono; al contrario, amano il sushi che potrebbe contenere pesce crudo e, se contaminato, può esporre a infezioni, quindi va mangiato cotto. Il consiglio vale anche per le persone immunodepresse» sottolinea la vicepresidente della Società italiana di pediatria, che aggiunge: «Attenzione anche all’acqua: in particolare, quando si viaggia all’estero, fuori dall’Europa, non bere mai acqua del rubinetto, ma solo quella imbottigliata. E poi, insegnare ai bambini a non bere l’acqua del mare, poiché in alcune zone costiere c’è un’elevata concentrazione di Escherichia coli».

Lavare sempre le mani

Altri consigli utili? Riassume la vicepresidente della Società italiana di pediatria: «Per tutelare la salute dei più piccoli ricordarsi di lavare sempre bene tutto ciò che mangiano, soprattutto i cibi crudi come frutta e verdure; evitare carne cruda o poco cotta, pesce crudo e sushi crudo; controllare le etichette degli alimenti; evitare prodotti a base di latte non pastorizzato. E poi, – sottolinea la dottoressa Di Stefano – bisogna lavare frequentemente le mani: lo devono fare sia i genitori o i familiari che preparano i pasti, sia gli stessi bambini prima di mettersi a tavola. È la prima misura igienica di prevenzione per evitare qualsiasi contaminazione».

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12 agosto 2026