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Stefano Lorenzetto

Massimo Melelli Roia: «Preferisco il camice blu. Rimisi in piedi Simonetta Lungo, poi vinse gli Europei di karate»

Si presenta: «Sono solo un medico che cerca di fare il medico». Si può dire che Massimo Melelli Roia, classe 1955, lo sia diventato a 9 anni, quando con il fratello maggiore Stefano dovette lasciare la natia Udine per essere accolto dall’Opera nazionale assistenza orfani sanitari italiani a Perugia, città dove tuttora vive e lavora. Il loro padre, Arduino, medico condotto in una famiglia che nel giro di tre generazioni ha laureato ben 16 camici bianchi, era morto nel 1956. Oggi Stefano è ortopedico, mentre Massimo si considera un nullologo della medicina, cioè uno che non sa quasi niente di quasi tutto, al contrario del tuttologo che sa quasi tutto di quasi niente: «Mi metto all’ultimo posto». Eppure forse nessun altro suo collega cura sommando insieme, come fa lui, otto discipline: digiunoterapia, agopuntura, iridologia, omotossicologia, oligoterapia, fitoterapia, micoterapia, idrocolonterapia

Ma sono specializzazioni?
«Neanche una, ed è un peccato perché la medicina biologica funziona. Uscito dalla Sapienza di Roma, passai 12 anni tra Cina e Russia a impararle. Mi affiancano i miei figli Arduino, medico microbiologo, e Rachele, prossima alla terza laurea».



















































Biologica, termine vago.
«Significa che sono terapie prive di effetti collaterali e quindi associabili fra loro». 

L’agopuntura è rischiosa.
«Sun Yat-sen, padre della Cina moderna, medico, la proibì. Mao Zedong la riabilitò. Se fatta male, può causare danni neurologici e vascolari, è vero. Ma l’elettroagopuntura di Voll, tedesca, si usa persino sulle donne in gravidanza e l’Università di Parigi Nord ha scoperto che i figli nascono con un indice di Apgar più alto e con un profilo immunitario più forte. Oggi si pratica in 303 ambulatori pubblici». 

Lei evita il camice bianco.
«Lo preferisco azzurro: rilassa i pazienti. Iosif Makarciuk, che m’insegnò l’iridologia all’Università Amicizia tra i Popoli di Mosca, non lo indossava mai, così come il suo e mio maestro Eugeni Velkhover, neurologo, però dall’esame dell’occhio scopriva il tumore al seno con sei anni di anticipo e prevedeva l’infarto 24 mesi prima».

Perché scelse due russi? 
«Nel 1993 a Urbino seguivo le lezioni di iridologia nella Scuola di naturopatia. Organizzarono un corso a Mosca. Andai. Mi si aprì un mondo».

Che finiva a Pechino. 
«Sono al terzo mandato da vicepresidente del consiglio dei supervisori della Wfcms, la Federazione mondiale delle società di medicina cinese».

Il comunismo la attraeva? 

«Guardi, mio zio Dante comandava i giovani della Rsi sul Carso. Andò a parlamentare con i partigiani titini. I suoi ragazzi si salvarono, lui fu trucidato e appeso a testa in giù. Ho votato tutti i partiti, dai Radicali al Msi. Da 20 anni non mi faccio più illusioni». 

Cos’ha imparato a Mosca?
«Il programma che consente di scorgere nell’iride i segni di patologie ereditarie fino a sei generazioni che ci hanno preceduto. Statistiche tarate non su 10.000 casi, ma su 1 milione di soggetti».

Chi si rivolge a lei?
«Persone che vogliono mantenersi in salute con la prevenzione o trovare rimedio a varie patologie, dall’artrite reumatoide al morbo di Crohn».

E le cura con il digiuno.
«L’uomo sbaglia, la natura no. Pensi che i testi su cui si formò mio padre suggerivano di asportare l’epifisi dal cranio, reputata un residuo ancestrale: oggi è chiamata la ghiandola della vita. Gli animali non hanno né cliniche né farmacie. Come si curano da millenni? Con il digiuno». 

Qui parliamo di uomini.
 «Si legga le 1.136 pagine di Biochimica medica di Siliprandi e Tettamanti, manuale adottato nelle università. Un uomo di 65 chili può affrontare un lungo digiuno assistito. Salvatore Simeone, cresciuto con me nel collegio per orfani, ha capito che nella digiunoterapia serve l’agopuntura per ridurre emicrania, nausea e tachicardia provocate dalle tossine che finiscono in circolo. Altrimenti lo stress assorbe un terzo delle energie».

Ha molti pazienti?

«Ho liste d’attesa di 12 mesi. Arrivano da tutta Europa, persino da India e Stati Uniti. Per qualche tempo soggiornano a Perugia, in modo da sottoporsi ogni giorno alle due terapie congiunte». 

Per quanto, di preciso? 
«Il record è stato 49 giorni di digiuno, era una persona con problemi di vista. Non posso accettare i malati terminali: il mio è solo un ambulatorio. Perciò sarebbe giusto che queste terapie fossero erogate dagli ospedali».

Perché non lo fanno? 
«Dovrebbe chiederlo ai politici. Nel 1991 approdò alla Camera un disegno di legge in materia. Vi fu anche un convegno a Montecitorio, introdotto dal dc Flaminio Piccoli, con relatori Umberto Veronesi e Gaetano Azzolina, non proprio due sconosciuti. È rimasto lettera morta».

Senza penicillina, vaccini contro vaiolo, polio, difterite, tetano e pertosse, antiretrovirali, antitubercolari, solfoni per la lebbra, il pianeta sarebbe un cimitero. 
«Concordo. Quando servono, i vaccini vanno fatti. Di norma io cerco di non prescrivere i farmaci, però vi sono casi in cui non puoi non usare antibiotici, cortisone, antidolorifici. Mi capita di seguire malati sottoposti a chemio e radioterapia». 

Vabbè che la medicina non è una scienza esatta, ma a chi dobbiamo credere? 
«Credi o non credi, ciò che deve accadere accadrà. Abbiamo sparso nell’ambiente 350.000 molecole tossiche, non lo affermo io bensì il National toxicology program del ministero della Salute americano. Molte di esse sono interferenti endocrini. Già nel 1993 i russi dissero che entro 12 generazioni sarebbe dilagata l’infertilità. Olle Johansson, docente del Karolinska Institutet, oggi prevede che fra 5 generazioni l’uomo non sarà più in grado di procreare. Se non è un’estinzione di massa, ci assomiglia molto».

Ha senso ricorrere a discipline antiche quando i macchinari dotati di Intelligenza artificiale scandagliano il corpo umano al millimetro? 
«Per l’Oms i migliori erano i raggi X. L’Urss, non potendo contare sulle multinazionali dei farmaci, con l’iridologia curava 40 malattie su 100». 

Ho letto che una sua assistita aveva feci ferme nel colon da sei anni. Possibile?

«Altroché, anche 12, 18, 24 anni. Questo non significa che non vai in bagno, ma che i residui si annidano nelle austrature del colon. Li vediamo scorrere via nel tubo trasparente durante l’idrocolonterapia. Il paziente resta di stucco: per una settimana aveva assunto erbe e sali, come quando ci si sottopone a una colonscopia, e credeva d’essersi svuotato. Le ricordo che l’80 per cento delle difese immunitarie è nell’intestino».

Ma lei che cosa mangia? 
«Orzo, miglio, riso, farro, legumi, verdure. Nella catena alimentare l’esperta è mia moglie Renata, che si occupa personalmente dell’orto».

Ansia e depressione si possono curare anche con la medicina biologica? 

«Sì. Il 90 per cento della serotonina, la molecola del sorriso, viene dall’intestino».

«Meglio ci guarisce il medico che ci fa vedere anche la sua piaga», sosteneva Ugo Bernasconi, pittore ottocentesco. La sua qual è?

 «È talmente grande… Ho gareggiato in tutti gli sport, mi sono rotto il tendine di Achille, ho una protesi al ginocchio e varie protrusioni discali. Ricorro ad agopuntura e omotossicologia infiltrata, le stesse terapie con cui rimisi in piedi Simonetta Lungo, cinque volte campionessa mondiale di karate. Si era strappata il polpaccio. La esclusero dalla nazionale. Lei s’iscrisse privatamente e vinse gli europei».

Luigi Grezzana, decano dei geriatri veronesi, consiglia ai giovani medici: «I malati curateli in fretta, sennò guariscono da soli».
«Carina, la adotterò. Vis sanatrix naturae, la forza guaritrice della natura fa miracoli. Oh, capiamoci: nell’appendicite acuta serve il chirurgo. I medici, poi, muoiono prima degli altri. Mio padre d’inverno andava a visitare i malati di notte, sotto la neve, con gli sci ai piedi. Durò poco». 
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7 settembre 2026 ( modifica il 7 settembre 2026 | 21:53)