di Chiara Amati
In Fasting and the Longevity Revolution, la produttrice toscana con base negli Stati Uniti racconta le ricerche di Valter Longo tra Blue Zones e digiuno controllato, mostrando come alimentazione, ritmo dei pasti e relazioni sociali possano incidere sull’equilibrio psicofisico e la durata della vita
«Il cibo può essere la nostra prima medicina oppure il primo veleno. Dipende da noi, dalle scelte che facciamo nel quotidiano».
È da questa frase che Chiara Tilesi, produttrice, regista e imprenditrice toscana di impatto sociale — per lei il cinema è prima di tutto uno strumento utile a promuovere cambiamenti culturali, sociali e politici — parte per raccontare Fasting and the Longevity Revolution (Il Digiuno e la Rivoluzione della Longevità, ndr). E cioè un documentario, con la regia di Barry Alexander Brown, dedicato alla ricerca su nutrizione e invecchiamento che Valter Longo, professore di Biogerontologia e direttore dell’Istituto sulla longevità presso la University of Southern California – Davis School of Gerontology di Los Angeles, ha sviluppato negli anni. Un documentario, si diceva, ma anche un viaggio che attraversa la California, appunto, le Ande dell’Ecuador e l’Italia — dalla Sardegna alla Campania fino alla Calabria — alla scoperta dei segreti della longevità. E un progetto che ha già suscitato grande interesse internazionale, registrando oltre 600 spettatori alla prima mondiale al TCL Chinese Theatre di Hollywood, tanto da rendere necessaria l’apertura di una seconda sala per l’afflusso inatteso del pubblico.
«È un risultato insolito per un documentario scientifico», osserva Tilesi. «A dimostrazione del fatto che sempre più persone cercano risposte concrete su come vivere a lungo in salute. È una rivoluzione che nasce a livello individuale e che, mi auguro, diventi presto una trasformazione collettiva».
Tilesi, perché oggi la longevità interessa così tanto?
«Perché la gente sta male. Non è una percezione: è un’esperienza diffusa. E una parte importante della questione è legata all’alimentazione. Oggi siamo programmati per mangiare il più possibile, mentre in passato il problema era la carenza di cibo. Ora, per la prima volta nella storia, molte persone al mondo mangiano in eccesso. Mangiamo troppo e spesso, mangiamo ultraprocessato, mangiamo senza consapevolezza. Se ci pensa, è come se avessimo un nemico in casa. Il documentario risponde a una urgenza: spiegare che possiamo intervenire sulla nostra salute molto più di quanto pensiamo, cominciando dalla tavola».
Come mai la gente mangia di più secondo lei?
«Non si tratta di responsabilità individuali o genetiche, rimaste pressoché immutate, ma di un ambiente alimentare profondamente trasformato dagli inizi degli anni Ottanta. Il film lo spiega minuziosamente. Con l’aumento della produzione agricola e, di conseguenza, delle calorie disponibili, l’industria americana si è trovata ad ampliare i consumi. La finanza, Wall Street in testa, ha iniziato a misurare la solidità delle aziende in base alla rapidità con cui riuscivano ad aumentare i profitti e garantire rendimenti immediati agli investitori. Ecco, le aziende alimentari sono state piuttosto brave in tal senso: hanno piazzato cibo ovunque, nelle biblioteche, nelle librerie, persino nei negozi di abbigliamento. Così alla portata, vuoi non comprarlo? Un bel problema e, alla lunga, un gran danno alla salute».
Il film passa in rassegna le cosiddette Blue Zones. Che cosa ha trovato davvero nei «luoghi dei centenari»?
«Semplicità. Dall’Ecuador alla California ad alcune regioni dell’Italia, semplicità. Niente formule segrete, niente superfood miracolosi. I centenari che abbiamo incontrato hanno sempre messo in tavola frutta fresca e secca, verdure di stagione, legumi, minestroni con fagiolini e cavoli, cereali integrali. E poi pesce. La carne? Pochissima: “Eravamo povera gente, noi”, ci ha rivelato Felice Magliano, 106 anni».
Quel che più l’ha colpita?
«La vitalità. C’è chi continua a coltivare l’orto, chi guida ancora l’auto, chi si prende cura del coniuge malato. Persone che vivono per lo più in comunità coese, che mantengono una dimensione spirituale o comunque una fiducia profonda nella vita. La longevità non è solo biologia: è significato, legami, quotidianità condivisa. Sa qual è il filo rosso che unisce queste storie? Una leggerezza che noi perdiamo molto prima: nessuna ossessione per la salute, eppure una salute evidente. Segno che la longevità non è un risultato tecnico, ma uno stile di vita coerente nel tempo».
Nel documentario si parla di dieta mediterranea: è quella tipica dello stile di vita rurale dell’Italia meridionale anni ’50 e ’60?
«No. La dieta mediterranea che conosciamo oggi ha subìto modifiche ed eccessi — troppo pane, pasta, pizza, patate e proteine spesso mangiati insieme — e noi paghiamo le conseguenze di menu non equilibrati, nonostante la salubrità degli alimenti presi singolarmente».
Cosa dovremmo mangiare?
«Lo spiega bene Longo, ne riporto il pensiero: pesce tre o quattro volte alla settimana, evitando quello di taglia più grossa che potrebbe contenere mercurio. Poi, tanti vegetali, cercando di variare il più possibile e tenendo conto della stagionalità. La verdura è da preferire alla frutta che è molto zuccherina. Infine legumi, cereali integrali, frutta secca e olio. Si tratta di un regime alimentare per lo più pescetariano, con modifiche significative rispetto alla dieta mediterranea».
In un passo del lavoro si parla di «rivoluzione del digiuno».
«La longevità non dipende solo da cosa mangiamo, ma anche da quanto e quando mangiamo. Oggi il nostro corpo non ha pause: tre pasti principali al giorno, spuntini continui, cibo emotivo. In realtà abbiamo bisogno di intervalli in cui l’organismo possa ripararsi. I protocolli studiati da Valter Longo, come la dieta mima-digiuno, vanno in questa direzione con un obiettivo preciso: ridurre l’infiammazione e favorire la rigenerazione cellulare».
Evidenze?
«Nel documentario riprendiamo, tra le altre, la storia del pilota francese Jean-Jacques Trochon, un caso che mi ha colpito profondamente. Aveva un tumore importante: 7 cm dietro al rene. Ricordo bene quando me lo ha raccontato: eravamo a pranzo insieme a Santa Monica, con noi c’era anche Longo. Aveva già affrontato interventi durissimi e molto dolorosi. Uno in particolare gli aveva lasciato cicatrici profonde sulla schiena, tanto che la moglie gli disse: «Sembrano le tracce di due ali, come se fossi un angelo».
Lui?
«Non si è mai arreso. Ha cominciato a cercare in rete possibili alternative, finché non ha trovato Longo che, analizzata la situazione, gli ha proposto di fare digiuni controllati in collaborazione con l’oncologo curante. Trochon ha preferito optare per 12 giorni di digiuno con sola acqua — cosa che in genere Longo sconsiglia —, oltre ai digiuni controllati. È stato l’inizio di un cambiamento sorprendente: faticava a camminare. Pian piano ha ripreso a muoversi, alla fine è tornato a correre. Oggi è vivo e, cosa straordinaria, è tornato a fare il pilota».
Numeri a supporto?
«I primi dati clinici sono stati decisamente promettenti, ma occorre aspettarne altri per capire se la dieta mima-digiuno possa migliorare la terapia standard contro i tumori».
Quello del digiuno è un messaggio controcorrente rispetto alla cultura dominante del consumo continuo di cibo.
«Viviamo in un sistema in cui il cibo è pubblicità, intrattenimento, consolazione emotiva. Sei triste, mangi. Sei felice, mangi. Sei stressato, mangi. Così perdiamo il rapporto reale con il nutrimento. Il documentario prova a riportare il cibo al centro della salute, non dell’abitudine. Vorrei che sempre più persone comprendessero quanto sia determinante non solo la qualità di ciò che mangiamo, ma anche, in certi momenti, la capacità di astenersi dal mangiare: è in questo equilibrio consapevole che si gioca la partita del vivere bene e a lungo».
Altro tema centrale: l’infiammazione.
«Un corpo cronicamente infiammato funziona peggio e invecchia prima. Molte patologie dell’età avanzata hanno a che fare con questo. Quando migliori la qualità del cibo e introduci pause alimentari corrette, il corpo cambia. Io l’ho sperimentato sulla mia pelle».
Ci spieghi.
«Per anni ho sofferto di intolleranze alimentari, una su tutte all’istamina, aggravatesi nel tempo fino a generare infiammazioni importanti. Mi sono ritrovata a non sapere più cosa mangiare. È stata un’esperienza di smarrimento. Ho pensato che un documentario potesse aiutare molte persone. L’incontro con Longo ha segnato la svolta. Insieme abbiamo capito che raccontare queste ricerche anche attraverso il linguaggio del cinema— lui divulga già da anni con libri e studi scientifici — poteva fare la differenza. Il documentario nasce proprio dalla necessità di offrire quei contenuti a un pubblico più ampio».
Se le dico Edward Norton?
«Rispondo il narratore, anzi il grandissimo narratore. Un personaggio voluto per il suo legame con il cibo, e il carisma. Poter contare su artisti di questo calibro aiuta a sensibilizzare le coscienze. Edward Norton segue da tempo Longo e ha scelto di sostenere il progetto proprio per questo. Quando una figura credibile decide di esporsi su un tema scientifico di tale portata e importanza, contribuisce a renderlo accessibile senza banalizzarlo».
Quale messaggio vorrebbe imprimere nella memoria dello spettatore?
«Non siamo inermi. Possiamo cambiare molto partendo da scelte quotidiane semplici. Mangiare cibo sano in una finestra giornaliera di 12 ore, fare diversi cicli da cinque giorni di dieta mima-digiuno, praticare attività fisica regolare, dormire a sufficienza: tutto ciò potrebbe incrementare di vent’anni la nostra aspettativa di vita. È una rivoluzione alla portata di tutti e, proprio per questo, potente».
1 aprile 2026
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