Classe 1968, americana di origine ma italiana d’adozione, l’esperta in lifestyle racconta la sua filosofia tra cibi di stagione e a km zero, attività fisica quotidiana e il giusto sonno: otto ore per notte

«La natura è logica. Quando smettiamo di credere di essere più intelligenti di lei e torniamo ad ascoltarla, il corpo ricomincia a funzionare come deve. Io ho scelto di rispettarne i ritmi: stagionalità, luce, riposo. E così ho riscoperto il gusto autentico del cibo, quello che nutre davvero e ti porta a vivere meglio e più a lungo. Se esiste un investimento sicuro, è questo: la costanza nel seguire la natura. È la mia vera polizza sulla longevità».
Classe 1968, americana di origine, ma italiana di adozione – «Ho una passione viscerale per il vostro Paese, sono qui da 37 anni» – , Jill Cooper ha costruito la sua carriera su un’idea semplice e percorribile da tutti, a patto di perseverare nel farlo: «Mangio sano, dormo bene e mi alleno ogni giorno».
Certo, per una persona che, di mestiere, fa la personal trainer e la divulgatrice di benessere è una questione di lavoro. Ma nel quotidiano come possiamo coniugare le diverse attività per star bene?
Credo che la prima cosa da fare sia darsi degli obiettivi. Il mio, ad esempio, è quello di invecchiare serenamente nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali.
Come?
«Lavoro sull’anti-invecchiamento da quando avevo 27 anni: sono trent’anni che pratico quello che dico. E alla soglia dei 60 la gente fa sempre più caso al mio aspetto. Non è che non invecchio: è che cerco di arrugginire più lentamente. Ci si riesce a patti di fare qualcosa per se stessi tutti i giorni. Una dieta rigida e un’ora di attività senza regola o quando capita portano poco lontano. Prima o poi si molla perché a prevalere è la testa che preferisce restare nella propria comfort zone. Se d’altra parte mangio equilibrato tutti i giorni e tutti i giorni pratico pochi minuti di attività, il corpo si abitua e alla fine quella routine diventa irrinunciabile. Una finestra di benessere sul quotidiano. Per semplificare: meglio 15 minuti di esercizio al giorno da lunedì a domenica che un’ora due volte alla settimana. e a beneficiarne è anche l’alimentazione».
In che senso?
«Quando si adotta una routine simile, costante e duratura nel tempo, diventa automatico mangiare in maniera equilibrata. Qui in Italia è anche più semplice perché c’è una biodiversità alimentare pazzesca. Non conosco un Paese più completo in tal senso, e ho viaggiato moltissimo. È entusiasmante andare dal fruttivendolo e acquistare frutta e verdura a chilometro zero e di stagione: colorata, saporita, profumata».
Lei sottolinea “secondo natura”. Che significa?
«A chilometro zero e di stagione. La natura ha una logica impensabile. La primavera, ad esempio, offre i carciofi, il tarassaco, il cardo mariano, le erbe amare. Alimenti che, non a caso, sostengono il fegato. Il fegato, per chi non lo sapesse, raggiunge il culmine della sua attività energetica proprio in questo periodo, agendo come organo principale per la disintossicazione e il rinnovamento dell’organismo dopo l’inverno. Mangiare questi vegetali aiuta la fase di transizione. Poi c’è l’estate».
Dica.
«In estate abbiamo i frutti di bosco: piccoli, intensi, ricchi di antociani e polifenoli che sostengono il microcircolo e proteggono i capillari proprio quando il caldo li mette alla prova. More, mirtilli, lamponi sono una risposta alle esigenze della stagione più torrida: leggeri, idratanti, antiossidanti. In inverno arrivano gli agrumi. Arance, mandarini, pompelmi apportano vitamina C, preziosa per il sistema immunitario e per la salute delle vie respiratorie, proprio quando freddo e umidità affaticano bronchi e difese naturali. Sono frutti che concentrano luce e energia nei mesi più bui».
La stagionalità non è una moda, insomma.
«Tutt’altro. È un equilibrio millenario tra ambiente e corpo umano. Ogni stagione mette alla prova l’organismo in modo diverso e la terra, puntualmente, offre ciò che serve. Forse il benessere comincia da qui: smettere di pensare di essere più intelligenti della natura e tornare ad ascoltarla, anziché temerla».
Che intende dire?
«Le racconto un aneddoto. Un giorno una cliente, in preda a crampi ricorrenti, mi chiese che cosa potesse mangiare. Le consigliai delle banane. Si oppose dicendo che ingrassano. In tutta onestà non ho mai visto nessuno ingrassare per troppe banane. Piuttosto, guarderei alla scatola di biscotti che, a volte, finiamo senza che ci si accorga. Il punto è questo: abbiamo imparato a temere un frutto, naturale, semplice, ricco di potassio e utile proprio contro i crampi, mentre consideriamo normali – a tratti innocui – prodotti ultraprocessati pieni di zuccheri aggiunti e ingredienti che fatichiamo perfino a pronunciare. Abbiamo demonizzato ciò che nasce dalla terra e normalizzato ciò che esce da una fabbrica. È un paradosso alimentare che racconta molto del nostro tempo».
Cosa pensa delle diete?
«Non amo le diete. Per loro natura iniziano e finiscono, come parentesi forzate nella vita quotidiana. Si stringe, si controlla, si perde peso. Il corpo si adatta, abbassa il metabolismo basale per difendersi, e quando si torna a mangiare “normalmente” il peso ritorna, spesso con gli interessi. È un meccanismo fisiologico, non una mancanza di volontà. Le diete di moda, poi, sono quasi sempre insostenibili nel lungo periodo e, nei casi più fragili, possono diventare l’innesco di un rapporto disfunzionale con il cibo. Altra cosa è il digiuno intermittente».
Ci spieghi.
«Il digiuno intermittente non nasce come strategia estetica, ma come strumento di salute metabolica e, secondo molte ricerche, anche cerebrale. Mi sono avvicinata a questo approccio anche per una ragione personale. In famiglia ho avuto casi di Alzheimer e demenza, e ho voluto approfondire tutto ciò che può contribuire a ridurne il rischio. L’obiettivo non è “saltare i pasti” per dimagrire, ma ridurre l’infiammazione cronica di basso grado — quella che oggi chiamiamo inflammaging — e migliorare la sensibilità insulinica.
Nella pratica, inizio a mangiare tra le 11 e le 14 e concludo verso le 21. Non sono rigida: per me la parola chiave è sostenibilità. Sarebbe ideale cenare molto presto, ma questo significherebbe rinunciare alla vita sociale. E uno stile di vita funziona solo se è mantenibile nel tempo. Meglio un equilibrio imperfetto ma duraturo di una perfezione impossibile da sostenere».
Quanto conta il sonno?
«Moltissimo. È il pilastro su cui si regge tutto il resto. L’ho capito leggendo Why We Sleep di Matthew Walker: mi ha cambiato prospettiva. Da allora il sonno non è più un dettaglio sacrificabile, ma una priorità».
Se la invito a cena?
«Alle 22.15 potrei già alzarmi: alle 22.30 io comincio la mia routine serale e alle 23 voglio essere a letto. L’obiettivo? Otto ore. Sette sono accettabili. Sotto diventa devastante per lucidità, umore, metabolismo».
Cosa capita?
«Durante il sonno profondo si attiva il sistema glinfatico, una sorta di “servizio di pulizia” del cervello che elimina scorie e proteine associate al rischio neurodegenerativo. Dormire poco non significa solo essere stanchi: altera gli ormoni della fame, aumenta la ricerca di zuccheri e grassi e può portare a mangiare fino al 30% in più, soprattutto cibo ultraprocessato, anche dopo un pasto adeguato. Poi viene il resto: idratazione costante, allenamento breve ma quotidiano, alimentazione semplice, digiuno intermittente se compatibile con la propria vita. E infine una cosa che sembra retorica ma non lo è».
Ovvero?
«Un certo “positivismo intenzionale”. Il cervello ascolta il dialogo interno. La gratitudine è come un muscolo: più la alleni, più diventa naturale».




















































16 marzo 2026